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Genova, dicevo, è un’idea come un’altra

I finestrini del treno irrimediabilmente sporchi, d’una opacità che è memoria. Nubi prosperosamente cattive danno le spalle, concedono strappi d’azzurro per distrazione e malagrazia, e veli di luce lontano, due dita sopra la riga di fondo.

7 Aprile 2009 alle 10:26

I finestrini del treno irrimediabilmente sporchi, d’una opacità che è memoria. Nubi prosperosamente cattive danno le spalle, concedono strappi d’azzurro per distrazione e malagrazia, e veli di luce lontano, due dita sopra la riga di fondo. Il cielo grigio si specchia su una mare metallico, enigmatico, piatto.

Una nave grande, solida, nera di silhouette, sta prendendo il largo con velocità immobile. La segue una chiazza di luce incongua, violenta. Forse è addirittura una qualità diversa dell’acqua.

Tutto arriva tra i singhiozzi bui delle gallerie, tra queste case strette ammonticchiate che guardano una pianura infinita che non si può coltivare, su cui non si può costruire, che si può usare solo per partire, e l’aspro, ripido, ostile scivolo delle montagne, che a malapena concede di abbarbicare.
 

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