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Il prete di campagna, Maometto e i modi di dire

La chiesa era stranamente aperta, il pomeriggio di un giorno feriale. Di solito nei piccoli paesi della estrema bassa lombarda sono chiuse. Nell’ombra la voce lieve di un prete minuto e timoroso. E’ un uomo anziano, piccolo, magro, ma, a suo modo, atletico. Mi si avvicina come quei cagnetti che cercano di annusarti, ma tutti raggomitolati si avvicinano di traverso pronti a fuggire al minimo segno di aggressione.

1 Aprile 2009 alle 18:15

La chiesa era stranamente aperta, il pomeriggio di un giorno feriale. Di solito nei piccoli paesi della estrema bassa lombarda sono chiuse. Nell’ombra la voce lieve di un prete minuto e timoroso. E’ un uomo anziano, piccolo, magro, ma, a suo modo, atletico. Mi si avvicina come quei cagnetti che cercano di annusarti, ma tutti raggomitolati si avvicinano di traverso pronti a fuggire al minimo segno di aggressione. Chiedo se posso fotografare la statua della Madonna, quindicenne bellissima di questi campi. Tanto per dire, dico: “Lo faccio perché temo che, fra cent’anni, luoghi e immagini come queste non ci saranno più”. “Ma no!” Risponde. “Dove trova tutto questo ottimismo? – lo interrompo – Qui 50 anni fa c’erano 900 persone. Adesso sono solo 150. Di esse, cento sono vecchi, e 50 sono musulmani, tutti giovani, tutti con prole. Non ci vuole molto a prevedere che fra non molto, sul campanile, al posto della croce ci sarà la mezzaluna e la posto dei banchi tanti bei tappeti”. Il vecchio prete s’inalbera un pochetto: “E allora, che importa, che differenza fa? Non siamo tutti figli di Dio, non siamo tutti fratelli?”
Duemila anni di storia cancellati con una frase. Il cristiano di professione che ripete il discorso filosofico che all’epoca facevano i neo-platonici e gli imperatori traducevano in pratica. La verità è unica e sempre identica a se stessa, quello che cambia sono i nomi. Ma il cielo resta cielo sia che lo chiami Zeus, Iuppiter, Baal. Che importa come lo chiami, tutti i nomi vanno bene, è l’idea che si deve cogliere nella sua verità, cioè nella sua identità. I Cristiani dell’epoca detestavano questo sofisma, perché i modi dire – credevano – determinavano i modi di essere. Così quando gli imperatori si proclamavano figli di Dio non credevano affatto che fossero tali e quali a Gesù, ma con un nome diverso.

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