W il conflitto d'interessi

Giuliano Ferrara

L’apologia del partito di Rep. ai suoi editori impone un giuramento solenne: mai più fregnacce su quelli degli altri, grazie

Qui siamo esperti di conflitto di interessi o conflitto potenziale di interessi, che è la dizione giusta. Per molti anni abbiamo difeso il Cav., cioè Berlusconi, da chi lo accusava, ovunque nel mondo, di essersi mangiato la democrazia e il capitalismo insieme. Il politico pop in Italia fece e poi disfece, come accade usualmente, la rivoluzione delle forme politiche: sondaggi, town hall, cieli azzurri e nuvolette, microfono da stand by politician, inni sanremeggianti, bandiere dispiegate, kit, incursioni televisive di persona o al telefono in tutte le reti e in tutti i programmi, comunicazione soffice allegra e dura senza paura. Il genio di B. fu negato, affermato invece il conflitto di interessi, perché era un industriale della tv.

  

Prima di Trump, l’albergatore e golfista e piazzista pazzo, e prima del simpatico Bloomberg, il super-comunicatore e super-ricco che voleva comprarsi la presidenza, i media americani liberal si specializzarono nell’attacco al Cav. Non hanno mai capito gran che di questo paese, ma pretendevano di aver sgamato il marcio, di aver capito tutto. Non si dica dei media italiani: una tiritera che non finiva mai, con punte di vero grottesco, in perfetta sintonia con la magistratura d’assalto. Ricordo un’affermazione del compianto procuratore Borrelli in un’intervista al Corriere, un paio di mesi prima della caduta indotta del governo Berlusconi, con annesso ribaltone: “Stiamo arrivando ai livelli più alti di Telepiù”. La cupola del conflitto di interessi minacciava di essere scoperchiata dalla borghesia finanziaria e produttiva inquieta, come e più della procura di Milano, per questo attentato alla democrazia e al funzionamento regolare, aconflittuale, dell’economia.

A noi sembravano tutte balle. Gigantesche balle dette per gola e per rancore verso un outsider di talento che aveva reso possibile l’alternanza, il maggioritario, il bipolarismo e altre riforme storiche della democrazia italiana consociativa, cose che ancora fanno sognare e che gli storici riconosceranno con il solito ritardo professionale di venti trent’anni. Il conflitto potenziale di interessi è il sale, dicevamo imprudenti, del capitalismo e dell’annessa democrazia liberale. Lo si può temperare con buone leggi rispettose del diritto di tutti, tutti, a fare politica. Ma non lo si può eliminare. Il punto del conflitto era per noi nella sua trasparenza e controllabilità, oltre che nelle limitazioni di legge entro certi confini. E argomentavamo: Bloomberg ha la stampa che sorveglia e nutre l’informazione finanziaria, eppure fa il sindaco della città che ospita Wall Street, dico poco, e lo ha fatto molto bene per tre mandati consecutivi. Perché noi no, cari amici amerikani? Invece le piazze italiane e la piazza mediatica mondiale venivano riempite di velenosi slogan anticonflitto, e tutta una sottocultura liberal circolava nelle vene della sinistra antiberlusconiana più scema del mondo, ma ben collegata e capace di infliggere danni notevoli alle istituzioni politiche.

Ora Fca si è comprata Repubblica, i giornali locali, e mantiene la proprietà della Stampa di Torino. Lodi sperticate al prestito di Banca Intesa garantito dallo stato, respinte le obiezioni in nome della sede fiscale dell’impresa che richiede il credito per investimenti, apologia del negozio (che noi condividiamo, non essendo faziosi) ma apologia incondizionata e dubbi sull’obiezione Calenda, no dividendi e sicurezza degli investimenti italiani promessi in cambio di quella liquidità garantita dallo stato che supplisce alla liquidità aziendale, notevole, perché è più conveniente.

 

Lodi sperticate dei sedili ribaltabili, la cara vecchia automobile utile anche per fottere. A giornali unificati, la grande immagine Fca trionfa in nome del più pacchiano conflitto potenziale di interessi. Editoriali pusilli a difesa si contrappongono a comunicati pusilli dei giornalisti, saliti sulle barricate contro il padronato in conflitto, ma dimentichi delle fregnacce che hanno scritto e propagandato per anni sul conflict of interest, oh yeah. Il grande Livio Zanetti, un giornalista con le controballe, d’altra parte scrisse sulla Stampuccia un corsivo rimasto famoso in cui stigmatizzava i 110 all’ora imposti da un ministro irrispettoso, spiegando le sue rotte da Milano alla Liguria con acrobazie immaginifiche (e a un calcolo approssimativo risultava che la velocità era circa duecento chilometri all’ora o giù di lì: esagerazione cronistica da quel grande che era).

 

Sedili ribaltabili, ottimi. Prestiti, ottimi. Altre variazioni eventuali, ottime. Ma fateci il piacere di organizzare un giuramento della Pallacorda per promettere solennemente: non scriveremo più, mai più, mai più, moralistiche bellurie sul conflitto di interessi degli altri. Grazie.

Di più su questi argomenti:
  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.