Pronto, chiama Arcuri

Valerio Valentini

Il commissario prima fissa un prezzo qualunque per le mascherine e poi le compra a qualunque prezzo

Roma. Il commissario all’improvviso. “Pronto, buongiorno. Sono Domenico Arcuri”. Stefania Gander se l’è sentita piovere addosso così, la voce di colui che tutto puote. Perfino fissare un prezzo calmierato delle mascherine, e bollare come “liberisti da divano” quelli che osano fargli notare l’azzardo. E tra questi, appunto, c’era anche Stefania, responsabile di Italia viva a Bolzano (“Ma qui è questione di sopravvivenza, non di politica”) e titolare, soprattutto, di un’azienda che, all’esplosione della pandemia, ha deciso di riconvertire la sua attività e aprire, insieme a dei soci, un’attività di produzione di mascherine. “C’eravamo fatti i conti”, ci racconta.

 

 

“La macchina per produrre mascherine costava 198 mila euro, più i 30 mila per la spedizione della Cina. E dalla Cina dobbiamo comprare anche il meltblown, il materiale per i filtri. Insomma: avevamo capito che vendendo a 46 centesimi a pezzo ci saremmo rientrati”. Sennonché, quando tutto è pronto, arriva l’annuncio del premier Conte prima e di Arcuri poi: prezzo fisso di vendita nelle farmacie 50 centesimi, e prezzo di acquisto dai produttori a 38 centesimi. “Ma a quel punto per noi era impossibile, e lo abbiamo dichiarato”. E qui arriva l’imprevisto. “Perché a mezzogiorno di venerdì scorso abbiamo lanciato la nostra protesta a mezzo stampa, e tre ore dopo arriva la chiamata di Arcuri. Che io, in ogni caso, ci tengo a ringraziare”. Perché poi l’intesa s’è trovata: “Gli ho detto che noi a meno di 46 centesimi al pezzo non potevamo produrle, e lui ha detto ‘Ok’. Ci ha detto di inviare un’offerta a Invitalia per quella cifra”.

 

Non è l’unica, Stefania, ad avere avuto la stessa sorte: prima condannata a un inevitabile fallimento, e poi salvata dalla stessa persona. Domenico Arcuri. Che dopo il grande annuncio sul prezzo calmierato, di fronte alla prevedibile penuria di mascherine nelle farmacie di mezz’Italia, ha dovuto subito fare marcia indietro, ma senza dare alcun risalto a questo suo ravvedimento: e allora, nei giorni scorsi, ha preso a chiamare più d’una azienda produttrice di mascherine e a proporgli accordi riservati assai più vantaggiosi di quelli descritti a favore di telecamere. Tra i primi ad accorgersi del fattaccio è stato Mauro Del Barba, deputato di Iv che proprio dalle colonne di questo giornale aveva invitato Arcuri a fare chiarezza. E ora spiega: “Io comprendo la necessità del commissario di esercitare i suoi poteri anche con canali diretti: ben venga se consente alle aziende di riaprire rimediando all’errore precedente. Ma la vastità del problema e le possibili incrinature di questo percorso richiedono l’indicazione di tempi certi e metodi universali e trasparenti”.

 

 

Al Foglio risulta di almeno un’altra azienda, che però preferisce restare anonima, che ha ricevuto dal commissario un’offerta “per oltre 70 centesimi al pezzo”. Insomma, Arcuri alla fine ha dovuto cedere a quelle stesse leggi del mercato – che poi equivale a dire: le leggi della realtà – che pure tanto diceva di ripudiare, accusando i cocktail e i centrifugati di chi osava ricordargliele. E siccome la voce s’è subito diffusa, altre aziende si stanno affrettando a proporsi ad Arcuri. La Bel Garden di Lecco, ad esempio, incoraggiata dalle testimonianze di altre aziende concorrenti, ha scritto al commissario offrendo una fornitura di mascherine a 75 centesimi ciascuna.

 

Roberto Capobianco, presidente di Conflavoro, non se ne mostra stupito: “Tante piccole e medie imprese hanno convertito la loro produzione proprio su sollecitazione dello stato, che nel decreto Cura Italia pareva voler incentivare questo processo. E invece, dopo poco più di un mese da quel 18 marzo, si sono visti non solo abbandonati, ma addirittura costretti a interrompere la produzione perché era meglio la serrata che continuare a venderci rimettendo”. Di qui, dunque, la scarsità di mascherine in circolazione. “Ma è l’intero disegno di Arcuri che appare surreale. Innanzitutto – spiega Capobianco, coinvolto in prima persona nella filiera come socio di una società che si occupa di fabbricazione di dispositivi di protezione individuale – non si capisce perché i cittadini dovrebbero affannarsi alla ricerca impossibile delle mascherine chirurgiche, quando per i normali usi quotidiani si possono usare anche mascherine di altro tipo e senza certificazione”. Le chirurgiche sono però obbligatorio sui posti di lavoro. “Ma qui – ribatte Capobianco – si arriva alla seconda bizzarria: perché a fornire quelle mascherine ai propri dipendenti devono essere i titolari. I quali, però, non debbono mica rivolgersi alla farmacie: possono contattare un produttore e comprarli a prezzi più alti dei 50 centesimi. Cosa che, in effetti, tutti stanno facendo. Mi chiedo insomma a cosa serva, se non ai fini della comunicazione politica, tutto questo clamore sui prezzi calmierati”.

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