Il diario bresciano di un'inviata ai tempi del Covid

Sara Mariani

Viaggio, da Roma a Brescia, attraverso un paese "irreale" e un po' postapocalittico. I racconti dei sindaci, il dramma delle comunità, i medici incellophanati e una messa sul montacarichi. Istantanee dal lockdown

Roma, 22 marzo 2020. Di buon mattino, alla stazione Tiburtina non c'è un'anima. Due militari dell'esercito, come al solito, piantonano l'ingresso. Mi inquadrano mentre mi avvicino, si sente solo il rumore delle ruote del mio trolley. Produce eco. “Ma devo registrarmi? Devo darvi l'autocertificazione?” Sono zelante. Il militare fa una lieve rotazione su se stesso. “Non c'è nessuno, buon viaggio”. Parto. Il viaggio sarà lungo. Devo arrivare a Brescia. Un tempo, c'era un Frecciargento comodo comodo che da qui, poche rapide fermate, mi avrebbe condotta alla meta in quattro ore. Oggi, in pieno lockdown, anche i mezzi di trasporto sono ridotti. Quello su cui salgo a Tiburtina è uno dei tre treni disponibili oggi per raggiungere Milano. Da lì, attese e speranze di agganciare in tempo un raro convoglio Trenord. Ma appena metto piede in Stazione Centrale mi accorgo che in Lombardia è tutta un'altra musica. Memori della famosa “notte di follia” che in coda al Dpcm del 7 marzo portò un manipolo di fuorisede a riversarsi nelle stazioni milanesi per virare a sud, si sono attrezzati. Lunghe file per i controlli a distanza di sicurezza antidroplet, nastro isolante sulle già scarse sedie nella sala d'attesa, mascherine sui visi di tutti gli aspiranti passeggeri. Tensione. Qualcuno viene respinto. Da ieri, 21 marzo, spento albeggio di questa primavera di clausura, in Lombardia per muoversi il motivo “raggiungimento del comune di residenza” non vale più. Passati gli agognati varchi e le due ore che mi separano dal prossimo regionale, eccomi a bordo. Con me, nella stessa carrozza, c'è solo un ragazzo, si è seduto ligio due scomparti più in là. Lambrate, Pioltello, Romano, Chiari, eccetera. Partita da Roma alle 9, arrivo a Brescia al crepuscolo.

 
Mi viene sempre naturale di cercare gli occhi, i primi occhi del nuovo luogo in cui sono arrivata, quando faccio una trasferta. Qui ce ne sono pochi. Il primo paio è del tassista. Sono abbassati sullo schermo del cellulare, ci mettono un po' a realizzare la mia presenza. “Oggi 260” mi dice mentre apre il bagagliaio. “260 nuovi contagi. Ma di Brescia non si parla, perché non abbiamo il sindaco figo come gli altri”. Ecco, in un'istantanea, lo spirito bresciano. Vagamente assorto, brachilogico, in eterno confronto coi fratelli coltelli d'oltre Oglio, i bergamaschi. Bergamo, sì, a poco più di mezz'ora da qui, ha preso negli ultimi giorni tutti i titoli per sé. Triste primato, gli ricordo, di chi si è visto scippare la zona rossa mentre si iniziava ad avere contezza della bomba innescata in Val Seriana.

   


Il comune di Orzinuovi (BS), un focolaio in Lombardia (foto Claudio Furlan/LaPresse)

 
Brescia vive in un tempo sospeso. C'è molto silenzio, non solo per le poche persone in strada, per le attività commerciali chiuse. Qui per un mese ho continuato ad avere la sensazione di un grande lavorìo all'ombra delle cronache. Ci sono gli Spedali Civili, l'ospedale più grande di tutta la Lombardia, arrivati al culmine della capienza nelle terapie intensive. Un passo prima del collasso. E resta a lungo così. Svuota, riempi, risvuota, riempi di nuovo. E' indegno parlare di numeri, Brescia ha una sua spiccata dignità su questo. Telefono ogni giorno ai sindaci. Leggo i loro nomi sulle colonne dei quotidiani locali. Li raggiungo con affanno: gli uffici comunali sono perlopiù chiusi, i segretari lavorano in smartworking, parola orribile ma ormai famigliare. Molti, li trovo grazie a Facebook. Ode ai social network, che fanno davvero i social network, oggi, procacciatori di contatti altrimenti impossibili. E i sindaci, ogni volta, sui numeri, mi fanno la stessa tiritera: “Ma lasci stare i numeri, sì lo so che i nostri morti per Covid risultano 7 ma in realtà il mese di marzo 2020 registra 20 morti, lo stesso mese, nel 2019, ne contavo 5. Ma non è questo, non è solo questo”. E giù con il racconto del sacrestano che non ce l'ha fatta, della bocciofila-focolaio fatta chiudere appena in tempo, della “mia segretaria che viene qui ogni giorno in municipio, perché bisogna star dietro alle pratiche, ma ha la mamma malata a casa da dieci giorni, senza tampone. Ha paura, per lei e per sé”.

 

Ciò che non si riesce a raccontare davvero, se non per piccoli campioni, è il dramma delle singole comunità. La perdita di piccoli grandi punti di riferimento. Su un sito locale, oggi, leggo una paginata su Teddy Ricky. Un signore ultrasettantenne di Carpenedolo, stella folgorante dei piano bar del centro anziani locale. Non ce l'ha fatta, l'Elvis della Bassa, non ce l'ha fatta nemmeno lui.

 


Foto di Sara Mariani

  

Mentre a Bergamo giorno dopo giorno si assiste alla danse macabre dei mezzi militari diventati carri funebri extraurbani, Brescia sta zitta. Svuota riempi risvuota riempi. Per fare una parola, vado da Ivan, l'edicolante. “Sei fiorentina?” mi smaschera. “Sì, più o meno”. Lo vedo sogghignare dietro la mascherina chirurgica, poi si sbottona la camicia, ho un sussulto di incredulità. Mi mostra fiero una catenina: un cuore viola, moda Litfiba anni Novanta, che gli tentenna sul petto. “Curva Fiesole. Non vedo l'ora di tornarci”. Ma pensa te.

 
Fra pochi giorni è Pasqua. I nuovi contagi fanno meno rumore. L'asse dell'attenzione si è spostato fuori dalle tensostrutture dei pronti soccorsi ospedalieri. Nelle strutture che ricoverano anziani e disabili, sulle schede dei pazienti dei medici di famiglia. “Guardi la curva”, mi dice il dottor Angelo Rossi, medico di base a Leno, che ha fatto un calendario di tutti i suoi pazienti a rischio. “Le ultime due settimane di marzo non sapevamo più come fare. Richieste continue di persone immobilizzate a casa che chiedevano tamponi. E noi niente. Non li abbiamo”. Si muove frusciando nella sua tutona plastificata che gli lascia scoperto appena il viso. “Questa l'ho comprata su Amazon. Due colleghi su sei del nostro studio hanno la polmonite. Noi l'abbiamo scampata così. Per ora”. Il noi abbraccia la moglie Maria, collega e compagna nella vita, anche lei incellophanata dalla testa ai piedi, che annuisce senza staccarsi dal telefono.

  

La diretta di domani, in questa fine quaresima che nel frattempo apprendiamo non essere la fine della nostra penitenza domiciliare, mi porta in un paesino di provincia. Pontoglio: seimila anime di peccatori affacciati alle finestre e accampati sui balconi aspettano ogni pomeriggio le 18 per alzare il naso in aria e assistere al rosario di don Giovanni. Lui, arrampicato su un montacarichi che guadagna 20 metri di avvicinamento al Regno dei Cieli, con un sistema di amplificazione degno del Papeete dei tempi andati, dispensa canti e preghiere da lassù. “Se loro non possono entrare in chiesa, è la Chiesa che esce”. Ma la redenzione non arriva ancora. Il 10 aprile Brescia supera Bergamo nel numero complessivo dei contagi. Uno stillicidio quotidiano di nuovi casi, 203, 209, 215, che non perde il ritmo, mentre gli Spedali Civili preparano una nuova ala immensa che sarà il centro Covid del futuro. “Futuro leggi autunno”, dicono i medici da queste parti. Lo dicono con poca convinzione e un certo rammarico. “Come se non si fosse capito che ciò in cui bisogna investire non è qui dentro, ma là fuori”. Già, là fuori. Dove si perde il conto dei malati che stanno a casa in attesa di tamponi, dei confinati nelle residenze sanitarie dove sì, è vero, non si entra tassativamente da inizio marzo ma intanto, dagli stessi giorni, una discussa delibera della regione Lombardia fa entrare i pazienti Covid dimessi dagli ospedali.

  


Foto di Sara Mariani

 

C'è sempre un dentro e un fuori, in questa Brescia martoriata e composta. C'è un dentro e c'è un fuori gli ospedali, c'è un dentro e c'è un fuori le case di riposo, c'è un dentro e c'è un fuori le nostre camere. E su quel confine passa l'occasione di averci capito qualcosa, di non ripetere gli errori.

  
Brescia, 18 aprile 2020. Domani me ne vado. Il giornale di oggi offre il ristoro di migliaia di cittadini della ricca Leonessa che hanno raccolto 15 milioni di euro di donazioni per gli ospedali.

  
Mentre consumo l'ultimo cappuccino in una sala colazioni così desolata che pare il refettorio di un convento, Matteo, irrequieto cameriere con lo spirito in quarantena, mi mostra i tatuaggi che gli inguainano ogni millimetro del braccio.
“Adesso inizio a farmeli da solo, mi sono attrezzato”.

  
“Che cosa pensi di disegnarti, ammesso che tu trovi spazio?”

 
“Niente di che. Di sicuro nulla che mi ricordi questo momento. Mi piacciono cose di altro tipo. Senza senso, come questa”. Vicino alla spalla troneggia uno spicchio di capricciosa e, sotto, c'è scritto, genuino e naif come la vita prima del Covid: “Vuoi un po' della mia pizza?”

 

Sara Mariani, inviata di Agorà

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