Perché il deragliamento di Lodi ci ricorda di non dare per scontata la nostra libertà

Antonio Pascale

Non dimentichiamoci dei traumi che episodi simili causano, riconosciamo gli errori. E poi però continuiamo a costruire linee e treni più veloci e ancora più sicuri, perché tornare a casa è bellissimo

Anni fa bisognava attrezzarsi con gli zaini per andare in treno da (faccio per dire) Caserta a Roma. Non parliamo di viaggi più lunghi. Se chiudo gli occhi vedo solo polvere e disagi e stress. Sensazione, credo, condivisa da molti. Solo chi se lo poteva permettere raccontava di un altro treno, quasi mitologico, il Settebello. Quello sì che accorciava notevolmente i tempi: niente polvere e disagi e stress. Per questo, nonostante un’élite intellettuale rimpiangesse i vecchi treni a vapore e il viaggio slow, quelli della mia generazione hanno fatto le feste al fast, dunque al Pendolino prima e alle varie frecce dopo. Tanta era la felicità di spostarsi in un’ora (Napoli/Roma) o andare e tornare in giornata da Milano (e solo per vedere il Duomo) che abbiamo messo da parte pure le polemiche sulla costruzione di alcune tratte della linea alta velocità. Dunque tutto quel vociare sulle infiltrazioni mafiose e qualche leggenda metropolitana (allora si chiamavano così) che voleva che ci fosse un cadavere dentro ogni pilone della tratta. A maggior velocità corrispondeva – si diceva e a ragione – maggior sicurezza.

 

Ognuno di noi conosceva personalmente o tramite amici un ingegnere che lavorava nell’alta velocità. Ne apprezzavano la cultura tecnica, i buoni voti a scuola e il 110 e lode, le esperienze all’estero e l’impegno messo nei test di prova dell’alta velocità. Certo, a volte erano stravaganti (ne conosco un paio che suonano in band post punk) ma questo non faceva altro che confermare che quelle erano persone (geniali) che lavoravano bene: maggior velocità uguale maggior sicurezza. L’alta velocità, poi, man mano, si è trasformata ancora, per molti è diventata un’abitudine. Esistono i pendolari sia delle sfortunate tratte regionali sia quelli dell’alta velocità. Questi ultimi si lamentano dei tempi che impiegano per arrivare dalla stazione al lavoro e spesso li senti pronunciare una frase diventata quasi cliché: ci ho impiegato più tempo dalla stazione all’ufficio (per via dei bus, delle metro, di altri mezzi inefficaci) che da Napoli (Salerno) a Roma. Capite bene quindi il senso di scoramento e tristezza che si prova apprendendo del deragliamento capitato ieri a due passi da Lodi.

 

Le persone morte (i due macchinisti) e quelle ferite (circa 30) diventano fratelli di viaggio, compagni di scompartimento e in fondo complici di un sogno comune e antico, muoversi in fretta, sbrigare le faccende e tornare a casa. Lo so che ci sono le statistiche. Raccontano di un mezzo sempre più sicuro (il treno appunto) e con incidenti in forte diminuzione negli ultimi anni. Dal 2010 a oggi il sito trenibinari.it segnala una decina di incidenti, mentre molto più alto è stato il bilancio nei periodi precedenti, per esempio dal 1986 al 2009, e comunque ci sono pochi treni ad alta velocità coinvolti in sinistri.

 

Ma le statistiche esigono analisi e in questi momenti (giustamente) l’emotività si alza. La paura genera paura, si comincia ad aver paura di morire nello stesso modo, tutti insieme, durante un viaggio che dovrebbe essere sicuro e comodo, anche perché nasce non solo da un sogno antico e comune ma soprattutto dai controlli e monitoraggi costanti. In sostanza dalla efficacia della tecnica, che quando vuole può essere democratica. Quindi ora non dimentichiamoci delle persone morte e di quelle ferite, della sofferenza e dei traumi che episodi simili causano non solo tra i parenti ma in una larga fetta della comunità. Non toglieteci il sogno, indaghiamo, capiamo che cosa è successo, riconosciamo gli errori, modifichiamo, integriamo, e costruiamo linee e treni più veloci e ancora più sicuri. Perché tornare a casa è bellissimo, è infatti un piacere sentire le persone pronunciare questa frase. Visto che ci siamo investiamo bene i nostri soldi: c’è una parte di Italia che non sogna, non c’ha nemmeno i direttissimi, è esclusa dalla buona parte degli affari e dei traffici, e se si sposta ritorna a casa dopo parecchio tempo: se è vero che l’Italia è fatta continuiamo a fare gli italiani e cioè costruiamo, e ancora meglio, i treni che uniscono il paese.

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