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Il gigante e le cattive parole

Il femminicidio di Piacenza e l’ipocrisia di chi si aggrappa a un titolo che poteva essere meglio, ma che ipocrita non è

9 Settembre 2019 alle 19:09

Il gigante e le cattive parole

Elisa Pomarelli e Massimo Sebastiani

Massimo Sebastiani, operaio e contadino di 45 anni, ha strangolato in un pollaio a Campogrande di Carpaneto, Piacenza, Elisa Pomarelli, di 28 anni, di cui era innamorato e senza infingimenti non corrisposto. Ha occultato il corpo e si è dato alla macchia. Arrestato, reo confesso. Un femminicidio. Della fattispecie senza indizi premonitori: non era un “uomo che odia le donne”. Anche se ne ha uccisa una.

 

E’ nata una polemica più strumentale che inutile, scaturita da un titolo del Giornale che poteva essere fatto meglio, ma è l’unico rilievo oggettivo che si possa fare: “Il gigante buono e quell’amore non corrisposto”. L’accusa è di giustificare un femminicidio. In realtà l’articolo, come altri pure messi sotto accusa, non dice quello. Racconta una cronaca, per quanto difficile da decifrare: un omicidio scaturito da un amore che non interessava, una donna che forse ha sbagliato (sbaglio: non concorso di colpa) a non troncare prima e in condizioni di sicurezza quelle illusioni non sane. Ma racconta soprattutto, il titolo, questo mistero che non ci spiegheranno di certo le criminologhe da talk: che per 45 anni, per tutti, al paese, e per tre anni per Elisa, era stato un omone grosso, forse un po’ strano, ma innocuo. E a un tratto si è rivelato un assassino.

 

Il titolo, per essere a prova di tuittarolo scemo o di cantantesse, avrebbe dovuto essere: “Tutti credevano che fosse un ‘gigante buono’ e invece non lo era: è un femminicida”. Certo, si può anche essere critici con cognizione di causa, come Luca Sofri che dalle colonne del Post ha chiesto a Marina Berlusconi che ne pensasse del titolo “sull’assassinio di una donna e sul suo presunto assassino, che allude ad attenuanti e comprensione, e responsabilità della vittima, in una cultura che ancora legittima la pretesa di possesso degli uomini sulle donne e avalla le loro reazioni violente”.

 

Però stavolta non è così. Non è necessario avere un master in stilistica e retorica per capire il senso di quelle due parole e il ribaltamento morale che indicano. Scrivere “non si può dire gigante buono” è solo un atto di posizionamento. Significa: “Piuttosto di rischiare di passare per uno che non condanna il femminicidio, sono pronto a retrodatare la mia indignazione: non si può dire gigante buono perché evidentemente è sempre stato cattivo”. C’è caduto anche Matteo Renzi, che pure per esperienza dovrebbe saper distinguere tra giustizia e mostrificazione: “Un uomo che uccide una donna non può essere definito un gigante buono che perde la testa. E’ un assassino”. Postato su Instagram, ha l’odore scadente dell’omaggio che l’ipocrisia politica rende alla virtù. Perché, per usare il titolo di un bel romanzo dimenticato di Paul Bourget, “i nostri atti ci seguono”, e spesso ci condannano: ma, suvvia, ancora non ci precedono. Assassini si diventa dopo.

 

In questa storia desolata e violenta – in cui c’è un colpevole, e uno solo, di un atto probabilmente più grande di lui: non di una categoria sociologica-giudiziaria – c’è la natura di uomini e donne, dannatamente imperfetta. Una sorella di Elisa, Francesca di 24 anni, aveva detto giorni fa a un giornale: “Mi piacerebbe poter dire di aver conosciuto una cattiva persona, un uomo burbero, enigmatico, dalla personalità controversa. Un potenziale assassino, insomma. Ma sarei bugiarda. Perché non è vero”. Qualche giorno dopo ha aggiunto: “Piangi? Ormai sei il mio incubo”. E forse oggi cova un senso di vendetta, più che di giustizia: ma dopo, non prima. Perché lei ha visto, prima, la natura per come è. Attaccarsi a un titolo magari malfatto al solo scopo di assicurarsi un posto dalla parte giusta, non serve, e non fa giustizia.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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Commenti all'articolo

  • gpf.fantoni

    10 Settembre 2019 - 10:45

    Non sono molto d'accordo. Un assassino diventa assassino DOPO aver ucciso la sua vittima, non prima. Prima sono quasi sempre tutti dei "cittadini modelli" secondo amici e vicini. Un gigante buono è tale se non uccide qualcuno, altrimenti diventa un gigante assassino. E una volta diventato assassino rimane tale, trovare attenuanti rispetto alla sua condotta passata ha poco senso, se non nel tentare goffamente di colpevolizzare la vittima. Dire che "forse ha sbagliato" equivale ha sottintendere che se la sia cercata. Mi chiedo allora: visto che non ammettiamo la pena di morte neanche per gli assassini, quale sbaglio deve commettere una donna per rendere giustificabile anche solo lontanamente il suo assassino? Perché è di questo che si parla: tutti o quasi i giornali, ad ogni femminicidio, cercano in qualche modo di giustificare l'assassinio cercando la cause in comportamenti poco opportuni della vittima. Anche no, è ora di finirla.

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