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Roma sparata: l’omicidio di Diabolik

Un colpo alla nuca che ha riportato in superficie la Capitale sparita

10 Agosto 2019 alle 06:00

Roma sparata: l’omicidio di Diabolik

Delitto Piscitelli a Roma, i tifosi omaggiano l'ultrà della Lazio (foto LaPresse)

Roma. Da molto ho maturato la convinzione che Roma sia sparita. E non parlo dei dipintini oliografici che mostrano gli angoli di muri scrostati magari di via delle Mantellate o le lavandaie che sostano intorno alla Fontana di Trevi o appunto i fiori e le fioraie di Campo de’ Fiori. Andavano di moda un trentennio fa quei quadrucci: pure loro sono cancellati. Saranno stipati dentro magazzini che aspettano di essere ripuliti. Roma è sparita perché è diventata una città in sovrappeso di insegne, bandiere, fast food, vie che un tempo erano degli antiquari e ora dei camiciai e delle boutique per turisti sempre più fagottari di nuova generazione, che non vanno in pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore con il fagotto di stoffa pieno di pane e cipolla e pane e broccoletti, bensì con la busta di plastica, la bottiglia di minerale di plastica e le ciabatte di plastica.

 

Ecco, Roma è come fosse stata pressata alla stregua di un’opera di Arman. E’ sparita non per leggerezza, ma per pesantezza, per accumulazione. La Capitale d’Italia è diventata una individua compulsiva che accumula sopra le sue bellezze (parola ormai retorica) un montarozzo di cocci come quello di Testaccio negli anni che furono, e cioè del “Bocciofilo” accanto al mattatoio comunale e prima ancora la Testaccio del mercato dei capretti e dei cavalli.

 

Insomma, per assurdo, Roma avrebbe dovuto rimanere “separata”, distante sui suoi Sette Colli. Doveva restare bella e divisa: quartiere per quartiere, monumento per monumento, strada per strada. A furia di darle della “bella” si è caricata di immondizia (non parlo solo dei rifiuti dei cittadini) che non si vede più. Infatti credo che i turisti, quando sono di fronte al Colosseo, o al Tempio di Diana, o non so dove, non è che contemplano le splendenti rovine; stanno là chini sugli iPhone, sulle mappe, sui Tablet per vedere se la bellezza virtuale è migliore di quella reale.

 

Qualche giorno fa tutto questo è stato bucato da un colpo (o più di uno) di pistola sparato alla nuca di Diabolik che era seduto su una panchina del Parco degli Acquedotti. Sono stati spari che hanno ricondotto Roma, per paradosso, a prima della compressione di varie immondizie. A prima che diventasse invisibile. Quelle botte partite da una calibro 7,65 ci hanno riportato per mano e con l’udito a Largo Lanciani, via Tiburtina, alla banda Cimino. A lui, il capo, che spara ai fratelli Menegazzo i quali fanno i gioiellieri col padre e non vogliono mollare la valigetta. Era il 1967. Quello fu il primo omicidio della mala romana che usa il piombo delle pallottole. Con la morte di Fabrizio Piscitelli, dittatore massimo degli Irriducibili, gli ultrà della Lazio, Roma è tornata in superficie. Ha mostrato di nuovo il suo volto cinico e spietato smaltellando ogni accumulo e ogni bellezza. E’ stato un gesto chirurgico. Una sequenza da film. Non è stata una esecuzione plateale. Con mitra o pistole spianate e moto che si impennano o auto che sgommano per fuggire. Si è usata una pistola silenziata. Lavoro pulito. Come quando il chirurgo o lo specialista infila i guantini di lattice. Parlando di Diabolik si è parlato di droga, di spaccio, di Ponte Milvio, di Roma Nord… E è tornato a galla il nome di Giorgio Chinaglia, il grande centravanti della squadra che ha in petto l’aquila e che ricorda proprio una Roma spalancata alla luce dell’Olimpico.

 

L’omicidio di Piscitelli è avvenuto dove Jep Gambardella de La grande bellezza passeggiava elegantemente vestito da Attolini e Kiton. Anche Sorrentino in quel film ha fatto come i nuovi fagottari: ha visto Roma “virtuale”, grande fotografia. Invece perfino il generone romano o i ricchi non vestono Attolini o Kiton, bensì Cuccurello o il sempre in voga Caraceni. Ancora per paradosso, questi spari al Parco dell’Acquedotto hanno rimesso Roma nuda. Di nuovo brutalmente misteriosa, livida, da luce notturna e senza Ponentino. Credo che il messaggio dentro la pistola con il silenziatore non sia soltanto frutto dei commercianti di droga e dei loro equilibri. Quando Roma colpisce alle spalle mostra la ferocia che serve per mantenere nelle catacombe le verità inconfessabili.

Aurelio Picca

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Commenti all'articolo

  • miozzif

    10 Agosto 2019 - 07:07

    Tra il temino scolastico e la buonanima di Lando Fiorini.

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