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Il M5s non molla su Radio Radicale, che però è insostituibile. L’ipotesi Rai

Meno cinque giorni alla scadenza della convenzione. Parlano Chiarelli, Feltri e Merlo

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cicchetti@ilfoglio.it

16 Maggio 2019 alle 06:03

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Roma. Dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, lo stanno sigillando dietro un vetro oscurato. La conferma è arrivata ieri mattina in commissione Vigilanza Rai: il 21 maggio scadrà e non verrà rinnovata la convenzione con Radio Radicale, che dal 1994 consente di ascoltare senza filtri ciò che viene detto in Parlamento, in Corte costituzionale, nei processi più importanti. Il grillino Vito Crimi, ponziopilatesco, scarica la responsabilità sul collega a cinque stelle Luigi Di Maio: “Non è di competenza del mio dipartimento ma del Mise”, ha spiegato il sottosegretario con delega all’Editoria. “Ricordo che c’è già un canale istituzionale della Rai, Gr Parlamento, che trasmette le sedute parlamentari. E’ una duplicazione dell’oggetto della convenzione”.

   

“Non esiste un doppione di Radio Radicale”, dice al Foglio Francesco Merlo, editorialista di Repubblica, che è stato anche consulente Rai per il piano di riforma del sistema news del servizio pubblico. “Nessun altro canale trasmette le sedute per intero, né i processi: nessuno fa quel servizio. Tanto che nel M5s hanno immaginato una gara per appaltarlo e lo stesso Crimi riconosce che l’archivio della radio è unico”. Secondo Merlo, i due canali sono “imparagonabili”. Di Radio Radicale, che non può trasmettere pubblicità, si sa quanto costa allo stato ed è regolamentata da un contratto preciso. Gr Parlamento è regolato da tre righe del contratto di servizio, non esiste un bilancio pubblico e non è prevista nessuna forma di controllo né di rendicontazione. “La Rai ha costi altissimi”, aggiunge Merlo. “Qualche trasferta per seguire le Olimpiadi basta a coprire il costo annuo di Radio Radicale”, che a oggi ha due fonti di finanziamento, entrambe messe a rischio da interventi del governo: i 10 milioni di euro annui della convenzione e il fondo per l’editoria, con cui l’emittente riceve ogni anno circa 4 milioni di euro (più o meno quelli che spende per la sola gestione tecnica della rete nazionale). “In totale sono poco più di 20 centesimi a italiano all’anno”, ricorda anche Mattia Feltri, editorialista della Stampa. “Ma farne un discorso economico, un’analisi costi-benefici è totale cecità politica. Quella di Crimi è una questione di bandiera, per mostrare che il M5s è contro la casta”.

      

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Ma il sottosegretario grillino è categorico: “Nel governo non c’è intenzione di rinnovare la convenzione” con l’emittente. Eppure, se il M5s si mostra compatto, il Carroccio si mette di traverso. Con un emendamento al decreto Crescita a prima firma Massimiliano Capitanio, la Lega ha proposto ieri sera alla Camera una proroga di sei mesi, con una copertura di circa 3,5 milioni. “Non vogliamo passare per quelli che chiudono le radio a causa di decisioni discutibili del passato. Ma bisogna rivedere la gestione delle risorse e l’affidamento dei servizi. Questa è una proposta-ponte, di traghettamento. L’auspicio è di coinvolgere la Rai ed eventualmente soggetti privati, come Radio Radicale, ma con tecnologie in grado di contenere i costi”, ha spiegato Capitanio. E alla domanda se l’emendamento sia condiviso con il M5s ha replicato: “Per ora è nostro”.

   

Un’eventualità sarebbe la fusione con Viale Mazzini, un’intesa tra servizi pubblici. Paolo Chiarelli, amministratore delegato di Radio Radicale, dice al Foglio che per ora “la questione con la Rai è in alto mare e in ogni caso approvare un’intesa in una settimana, avendo avuto a disposizione 25 anni, è a forte rischio errori per entrambe le parti”. Nel caso peggiore, aggiunge, si stanno testando altre strade, come cercare il sostegno di alcune fondazioni. “L’obiettivo è mantenere e valorizzare il nostro modello di servizio pubblico, riconosciuto anche dall’Agcom nella segnalazione fatta al governo”, senza diluirlo nel minestrone Rai. “Alcune importanti attività svolte da Radio Radicale non sono oggetto della convenzione, legata esclusivamente alla trasmissione delle sedute parlamentari”, ha detto ieri Crimi. “Delle due l’una: o abbiamo pagato troppo una convenzione, o Radio Radicale ha svolto delle attività non in convenzione utilizzandone i fondi”. Proprio così, risponde Chiarelli: “Abbiamo usato fino all’ultimo centesimo per fare servizio pubblico, per seguire ciò che non segue nessun altro, conservarlo e renderlo pubblico”.

   

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“Radio Radicale nasce proprio con l’idea di stare fuori dal mercato”, dice Feltri: “Il mercato non ha interesse per il processo d’appello sulla Trattativa, per le voci dal carcere, per la presentazione del carteggio tra Croce e Gentile, ma la democrazia ne ha bisogno. Altrimenti, seguendo quella logica, non bisognerebbe finanziare la ricerca farmaceutica sulle malattie rare. Radio Radicale serve per la completezza della democrazia. Portarla sotto un direttore Rai significa demolire un’idea di informazione che oggi è minoritaria e quindi ancora più preziosa”.

Enrico Cicchetti

Nato a Mantova in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio dalle parti di Roma. Al Foglio dal 2016, si occupa del sito, di video e di infografiche. Su Twitter è @e_cicchetti

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    16 Maggio 2019 - 13:57

    La novità, proprio di oggi, è che la Lega appoggia Radio Radicale e ne chiede la continuazione.

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  • ceva.paola

    16 Maggio 2019 - 11:15

    Non ho mai ascoltato Radio Radicale, forse perché non ascolto la radio in generale, forse perché non ho tempo, forse perché faccio male a non ascoltarla, forse non so perché. Ma non tollero che questi quattro, anzi cinque... e non li definisco, giunti al potere per insulto al buon senso, lo esercitino come temuto spegnendo voci democratiche da sempre rispettate nel Paese. Per questo voterò Più Europa con Bonino anche in difesa di coloro che fanno Radio Radicale o che a Radio Radicale fanno riferimento.

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    • guido.valota

      16 Maggio 2019 - 19:13

      Condivido anche le virgole.

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