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Perché è quasi sublime il suicidio surrealista dell’ematologo Lo Coco

Un gesto che ha a che fare con la sfiducia nella medicina?

7 Marzo 2019 alle 09:56

Perché è quasi sublime il suicidio surrealista dell’ematologo Lo Coco

L'ematologo Francesco Lo Coco con il presidente Mattarella (foto LaPresse)

Suicidarsi non si può, si va a finire all’inferno e non perché Dio è cattivo ma perché è cattivo il suicida, spesso un egoista posseduto dai propri problemi che non considera i problemi causati agli altri, innanzitutto ai famigliari. Forse vanno soltanto in purgatorio, pena attenuata e temporanea, i suicidi stoici, coloro che si uccidono per dignità siccome molto malati o comunque con le spalle al muro (fra gli appartenenti a questa nobile categoria ho sempre ascritto Raul Gardini). Purtroppo esistono suicidi bellissimi e lo dimostra “Fuoco fatuo” di Pierre Drieu La Rochelle, l’unico libro che ho letto tre volte: uno scrittore destinato al suicidio stoico che racconta il suicidio estetico dell’amico surrealista Jacques Rigaut. Non mi permetto di definire bello ma oso avvicinare al sublime, nel senso burkiano di “orrendo che attrae”, il suicidio dell’insigne ematologo Francesco Lo Coco che durante una cena coi famigliari, in un ristorante di Roma, si è alzato fingendo di andare in bagno e invece è corso al vicino Ponte della Musica per buttarsi nel Tevere. Mi è subito venuta in mente l’azione surrealista perfetta, teorizzata dall’irresponsabile André Breton: “Uscire in strada rivoltella in pugno e sparare a caso tra la folla”. Lo Coco non ha sparato a nessuno, nemmeno a sé stesso, e non era un artista ma il suo quasi contrario, uno scienziato, eppure ho la sensazione che sia Breton sia Drieu La Rochelle avrebbero apprezzato il suo gesto estremo e stilizzato, all’apparenza gratuito. Per dire che il professore non aveva dato segni di volontà suicidaria hanno scritto che stava progettando una vacanza alle Canarie. I soliti giornalisti nichilisti, il contemporaneo culturame che dentro il turismo magari riesce a vedere il kitsch ma non riesce a vedere il vuoto. Vacanza deriva dal latino “vacare”, essere privo di qualcosa, e sognare voli verso remoti arcipelaghi non è segno di pienezza esistenziale. Ma chissà, sono ragionamenti oziosi, dell’intimità di quest’uomo conosciutissimo nel suo ambiente, per l’importanza dei risultati raggiunti, non conosciamo nulla.

 

Non ha lasciato biglietti d’addio, dicono, e anche in questo silenzio trovo qualcosa di ammirevole. E’ difficilissimo non diventare penosi quando si vergano parole di commiato, Cesare Pavese scrivendo “Non fate troppi pettegolezzi” ha generato un mucchio di pettegolezzi e ha frenato la mia voglia di approfondire la sua opera. Come si fa a leggere “Il mestiere di vivere”, libro che mi hanno consigliato millanta volte perfino adducendo qualche consonanza fra l’autore e me, se su quelle pagine aleggia un suicidio per amore? Il suicidio romantico no e poi no. Noi che non siamo ematologi fino a ieri nemmeno lo avevamo sentito nominare Lo Coco, oggi sappiamo che aveva scoperto come curare alcune leucemie senza chemioterapia.

 

Che si nasconda nella medicina il segreto del suo gesto? Chi è bravo a trovare cure lo immagino bravo anche a trovare malattie, e magari aveva scovato nel proprio sangue un male senza rimedio. Oppure il problema non era personale bensì professionale, il sentirsi sopraffatto dall’impotenza della scienza: per una leucemia guaribile restano innumerevoli malattie letali, il lavoro del ricercatore somiglia allo svuotare il mare col secchiello. Io non so come facciano i medici a non disperarsi, a non gettare la spugna, visto che per quanto si impegnino i loro pazienti muoiono tutti. Chi prima, chi dopo, ma tutti. Muoiono tutti i pazienti e muoiono per giunta tutti i medici e capisco che sembri una poesia di François Villon o una canzone di Fabrizio de André, allegria. Mi rivolgo per avere un’altra ipotesi a Gabriel Matzneff, uno stoico che di suicidio stoico ha scritto, e ottengo un altro dubbio: “Mi stupisce che un luminare che ha a sua disposizione tanti veleni indolori (la ‘dolce morte’) abbia scelto un mezzo così brutale”. Al dolore della morte da impatto, o da annegamento (il Ponte della Musica è relativamente basso), non avevo pensato. Matzneff mi ha aperto le orecchie e dal suicidio del grande medico sento alzarsi ancora più forte una dichiarazione di sfiducia nella medicina. Ora però riposi in pace.

Camillo Langone

Camillo Langone

Vive a Parma. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "Eccellenti pittori. Gli artisti italiani di oggi da conoscere, ammirare e collezionare" (Marsilio).

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Commenti all'articolo

  • M.Parrini

    07 Marzo 2019 - 23:11

    Usare categorie etiche (cattivo) ed estetiche (sublime) insieme ad altre chissà se etiche o estetiche (ammirevole) produce uno spiacevole (dato l'argomento) effetto kitsch, in questo articolo, che non credo sia voluto, nemmeno dall'autore. Forse il professor Lo Coco era soltanto un uomo che pensava, e tutti gli uomini che pensano, se non sono sorretti a sufficienza da una qualche fede di tipo religioso, sono tentati ogni giorno dal cedere alla propria umana disperazione. Preferirei termini come fragilità, cedimento, o debolezza, se proprio si vuol parlare di tragedie come questa.

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  • Giovanni

    07 Marzo 2019 - 19:07

    Sa come si dice, Langone? Che nel lungo periodo saremo tutti morti. A volte persino nel breve...purtroppo. Ma ipotizziamo che un giorno, mettiamo fra duecento anni (alcuni scienziati ne parlano come di cosa plausibile, visti gli enormi progressi della scienza) non si muoia più, che tutte le malattie siano sparite, e che si sia trovato e neutralizzato quel mix di geni che causava l'invecchiamento ed infine il decesso... Allora, sì che saranno cacchi! Non si potrà più morire se non suicidandosi, sorgeranno dei club per il suicidio, anche delle sette (mi sembra di averne sentito già parlare). Condannati a vivere in eterno, anche a lavorare in eterno (altro che quota cento) e la pensione.............

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