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Se sulla tragedia di Avellino la giustizia non basta

Nel processo di primo grado sull’incidente del 28 luglio 2013 nel quale 40 persone morirono a bordo di un bus precipitato da un viadotto comminate pene per oltre 53 anni di reclusione. Ma i familiari protestano per l'assoluzione dell'ad di Autostrade

11 Gennaio 2019 alle 17:18

Se sulla tragedia di Avellino la giustizia non basta

Foto LaPresse

Questa mattina il tribunale di Avellino ha condannato otto imputati al termine del processo di primo grado sull’incidente del 28 luglio 2013 nel quale persero la vita 40 persone a bordo di un bus precipitato da un viadotto autostradale. Il tribunale ha comminato pene per un totale di oltre 53 anni di reclusione e tra i condannati ci sono anche il titolare dell’azienda del bus precipitato nella scarpata (12 anni di reclusione) e il direttore responsabile del tronco autostradale (5 anni e 6 mesi). Tutto ciò, però, sembra non bastare.

 

Dopo la lettura della sentenza, infatti, è esplosa la rabbia dei familiari delle vittime: “Schifo”, “Vergogna”, “Venduti”, “Assassini”, “Questa non è giustizia”, hanno gridato in aula, arrivando persino a insultare e minacciare il giudice.

 

Perché, secondo loro, questa non sarebbe giustizia? Perché oltre alle condanne ci sono state anche sette assoluzioni nei confronti dei vertici di Autostrade, e in particolare dell’amministratore delegato Giovanni Castellucci, l’imputato più in vista dell’intero processo, per il quale l’accusa aveva chiesto una condanna a 10 anni.

 

Irpinia, la strage sul pullman dei turisti

Sarebbero almeno trentotto le vittime del tragico incidente accaduto dopo le 21 di ieri in Irpinia, quando un pullman proveniente dalla Terme di Telese è precipitato da un viadotto sulla A16 Napoli-Canosa. Trentasei i corpi già recuperati, due persone decedute in ospedale. L'incidente è avvenuto nella zona di Monteforte Irpino, subito dopo il casello di Avellino Ovest, in un tratto in discesa in direzione Napoli dove già in passato c'erano stati sinistri. Per cause ancora da accertare il pullman ha investito le auto in colonna, poi ha sfondato il guardrail ed è precipitato dal viadotto Acqualonga nella scarpata sottostante facendo un volo di una trentina di metri e spaccandosi a metà.

 

Insomma, non bastano otto condanne per oltre 53 anni di pena totali. Al popolo della gogna serviva il capro espiatorio (Castellucci). Serviva il patibolo a un popolo che negli ultimi 25 anni si è formato in una cultura giustizialista, basata sull’annientamento delle garanzie degli imputati, finendo per sfornare una nuova classe dirigente (quella grillina) che approva riforme che sono il trionfo del populismo penale.

  

Non è un caso se la prima reazione politica alla sentenza sia stata quella di Alessandro Amitrano, deputato campano del Movimento 5 Stelle, che ha espresso “la massima solidarietà” ai parenti delle vittime, sostenendo che non tutta la verità sul caso è emersa: “Il vostro dolore è anche il nostro. Siamo sorpresi per questa sentenza e attendiamo di leggere le motivazioni, intanto andremo avanti insieme ai familiari, dando loro il massimo sostegno qualora decidessero di andare in Cassazione. Questa vicenda non si può concludere senza che siano emerse fino in fondo le responsabilità”.

 

Non è neanche un caso che il deputato grillino, subito gettatosi nella vicenda per sfruttarla politicamente, abbia parlato di ricorso in Cassazione, dando sfoggio di una totale ignoranza in materia, visto che contro una sentenza di primo grado si propone ricorso in appello, e non in Cassazione. Ma, in fondo, anche lui fa parte del popolo di cui sopra.

 

“I poteri forti mettono a tacere la verità e la giustizia”, ha infine dichiarato il presidente del comitato che riunisce le famiglie delle vittime dell’incidente, esibendo la medesima retorica protagonista dell’ascesa dei partiti populisti, e rafforzando l’impressione che sarà dura uscire da tutto questo, e tornare alla civiltà.

Ermes Antonucci

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Commenti all'articolo

  • luiga

    11 Gennaio 2019 - 20:08

    la politica anzi i politici devono stare fuori dalle aule dei tribunali e anzi rafforzare la legittimità delle sentenze, che piacciano ono. Qui si sta diffondendo la caccia all'untore con la copertura dei signori della politica al ribasso

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  • niky lismo

    11 Gennaio 2019 - 19:07

    E' l'esito del furore iconoclasta che ha pervaso la politica truccata da antipolitica: vince chi urla di più, chi ha più livore, chi grida più forte VENDETTA! A MORTE! AL ROGO TUTTI E TUTTO! Così la condanna non basta, il carcere non basta, l'ergastolo non basta, forse neanche la ghigliottina basterebbe (col dovuto rispetto per la comprensibile irrazionalità di chi è personalmente colpito, ovviamente). IN GALERA! urlava un tempo un divertente personaggio radiofonico: chi avrebbe detto che stava per diventare un programma politico compiuto e vincente? E' più merito di Grillo e di Salvini o demerito di trent'anni di politica ignava e paraplegica?

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  • eleonid

    11 Gennaio 2019 - 19:07

    È da aver paura per la piega che sta prendendo la nostra società. Non si capisce più chi deve indicare la direzione di marcia per evitare che il paese scivoli nell'anarchia e nel giustizialismo di piazza che la storia ha testimoniato realizzarsi con il patibolo della forca e della ghigliottina. Se per motivi pur rispettabili ,ma non sempre condivisibili, arriviamo a disconoscere la competenza delle istituzioni repubblicane ,deputate a governare la convivenza civile , allora sismo arrivati ad un punto di non ritorno. Diamoci una regolata anche se per convinzioni personali o per suggerimenti fuorvianti crediamo che le suddette istituzioni abbiano interpretato male il decorso degli eventi. D'altra parte il nostro ordinamento giudiziario prevede 3 gradi di giudizio! C'è quindi la possibilità di fare valere le nostre ragioni se si dimostreranno valide . E chi si improvvisa politico , si faccia un esame di coscienza prima di aprire la bocca per prendere posizione.

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  • Skybolt

    11 Gennaio 2019 - 18:06

    Che cattivoni questi famigliari.... e comunque questo è il primo grado. Vedremo. Finirà come la Thyssen o come la Eternit? Fino ad allora, parlare di giustizia è prematuro, in un senso o nell'altro.

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