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La favola della democrazia diretta del M5s inciampa nel referendum Atac

Il boicottaggio dell'amministrazione Raggi, tra silenzi, ritardi e regole cambiate in corsa. Intanto è partita una campagna di crowdfunding per ovviare alle carenze informative del Campidoglio

19 Ottobre 2018 alle 11:54

Il governo del cambiamento come il calendario dell’Avvento. Ogni giorno apri una finestrella e ci trovi un gustoso cioccolatino. Al sapor di ripensamento. Ti sembrava che fosse Mosca il grande amore. E invece, oplà, Di Maio se ne esce con “Washington miglior alleato dell'Italia”. Prima “Abbasso l’obbligo dei vaccini”. Poi dietrofront. Un giorno dice “Chiudiamo l’Ilva e ci facciamo un bell’Acquafan”. E invece nisba. “I cantieri della Tap chiusi in due settimane”. Apri la casella e ci trovi un’altra marcia indietro. L’ultimo tassello – e ancora a Natale ne manca – è però una capriola su uno dei punti cardine di quel movimento che ha fatto della democrazia diretta la sua Grande Berta, l’ordigno di “Fine di mondo” in grado di frantumare il vecchio sistema corrotto. Il M5s ha addirittura creato il ministero della Democrazia diretta, “un successo italiano” come rivendicato nientepopodimeno che dal capo della ditta. Un dicastero che lavorerà, diceva infatti Davide Casaleggio al Rousseau City Lab, a partire “dagli istituti che già esistono nel nostro ordinamento, come il referendum o la legge di iniziativa popolare”. Ed ecco il cioccolatino, farcito à la romana: nella Capitale un referendum ci sarebbe, quello dell’11 novembre per la messa a gara del trasporto pubblico locale. Ma la democrazia diretta è bella solo se piace al M5s.

   

Perché il referendum su Atac interessa il contribuente collettivo

L’11 novembre si vota non solo per cambiare il modello di gestione dei trasporti romani ma per non finanziare più un “buco”

  

Così la giunta grillina ha iniziato una forma di boicottaggio. “Il referendum ha mosso i primi passi nel 2017, con la raccolta delle 33mila firme necessarie. Ma già nel momento dell’autenticazione, la sindaca Raggi ha deciso di disinteressarsene”, ci spiega l'avvocato Francesco Mingiardi, presidente del comitato Sì Mobilitiamo Roma: “Il Comune poteva fornire consiglieri o funzionari delegati per la verifica di regolarità e invece l'ha dovuto fare il comitato promotore a proprie spese. L’amministrazione ha impiegato poi da agosto a fine dicembre per contare le firme, più di quello che ci abbiamo messo noi a raccoglierle. Ancora: a marzo scorso, a un mese dal voto, la data della consultazione è stata spostata all'11 novembre”. Ulteriore beffa: quando il referendum è stato indetto, il Consiglio comunale ha modificato lo statuto di Roma capitale e ha introdotto lo strumento del referendum consultivo senza quorum. Ma martedì scorso il Campidoglio ha chiarito che questa consultazione invece il quorum ce l'avrà, “visto che l’indizione con ordinanza 17 del 30 gennaio 2018 è antecedente all'approvazione e all'entrata in vigore del nuovo Statuto”. Il nuovo Statuto, in realtà, è stato licenziato dall’Aula il 30 gennaio, stesso giorno in cui Raggi ha fissato la data per il referendum. Insomma, dovranno andare alle urne il 33 per cento dei romani, quasi un milione di voti. E non c'è dubbio che ciò darà una mano al No.

   

Insomma, mentre a settembre in Capidoglio veniva presentato il Global Forum on modern direct democracy, l'appuntamento fortemente voluto dal Governo e da Roma capitale per parlare di democrazia diretta proprio a partire dalla dimensione cittadina, la stessa rappresentanza del M5s minimizzava il referendum sul tpl. Un'altra forma di “boicottaggio” riguarda la comunicazione. “Se ad oggi avessimo modo di fare un sondaggio scopriremmo che solo una minima percentuale dei cittadini romani sa del referendum dell’11 novembre”, dice al Foglio Riccardo Magi, segretario dei Radicali italiani. “Il ministro per la Democrazia diretta Fraccaro sostiene sempre che le istituzioni debbano inviare un opuscolo informativo a casa dei cittadini in occasione dei referendum. Qui non è accaduto. L'amministrazione lamentava carenza di risorse? Grazie a un emendamento di un nostro consigliere regionale, la regione Lazio ha messo a disposizione dei fondi. Ora non ci sono più scuse”.

  

Per cercare, con difficoltà, di ovviare a queste carenze, il comitato Sì Mobilitiamo Roma ha lanciato nei giorni scorsi una campagna di crowfunding attraverso la piattaforma Produzioni dal basso. Una raccolta fondi per stampare volantini, flyer e materiale informativo, con l'obiettivo di far sapere a tutti i romani che il prossimo 11 novembre avranno la possibilità di recarsi alle urne e dire la loro sul destino del trasporto pubblico locale: metterlo o no a gara.

  

Una volta indetto il referendum, questo “avrebbe dovuto diventare un fatto istituzionale e il comune si sarebbe dovuto interessare di informare i cittadini. Questo interesse tuttora non c’è”, ribatte Mingiardi. Un esempio perfetto sono le plance elettorali, le lastre metalliche su cui affiggere i manifesti per la propaganda. “Il comune ha pubblicato in ritardo gli spazi su cui affiggere i manifesti e l’ha fatto con un numero di plance inferiore a quello previsto dalla legge. Anche ora che è iniziato il periodo di 30 giorni dal referendum nel quale doveva partire la campagna informativa non è dato sapere chi sono i comitati referendari”, puntualizza il presidente del comitato per il Sì. E sembra che latitino “anche le mail ai cittadini che hanno depositato il proprio indirizzo. A me non è arrivato niente, ad esempio. Il fallimento è loro, di quel movimento che faceva della democrazia diretta la sua bandiera”.

 


Video ed editing di Roberta Benvenuto

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