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Zanza non ha ucciso nessuno e per i suoi funerali non pretendeva cattedrali

A Rimini un prete nega le esequie in chiesa del playboy. Ci vuole la pazienza di Giobbe

28 Settembre 2018 alle 19:19

Zanza non ha ucciso nessuno e per i suoi funerali non pretendeva cattedrali

Un'immagine da Facebook di Maurizio Zanfanti, da tutti conosciuto come Zanza

Ci vuole la pazienza di Giobbe. Nella mia vita di devoto ho sopportato i funerali in pompa magna, con Elton John ai cori, di Gianni Versace nel Duomo di Milano, ho sopportato le esequie congiunte dei due fidanzati omosessuali di Arzignano, ho sopportato il “chi sono io per giudicare?” pronunciato da un Papa che aveva preso davanti a Cristo l’impegno di sciogliere e legare, e dopo tutta questa manica larga, larghissima, sopporterò anche l’irrigidimento improvviso nei confronti del campione dell’eterosessualità Maurizio Zanfanti in arte Zanza, a cui un parroco di Rimini ha negato i funerali. Mica in Duomo, in una chiesa di periferia nei cui pressi abitava e dove da ragazzino aveva fatto prima comunione e cresima. Grazie a Dio i funerali si faranno comunque, però al cimitero, dove tristezza si aggiungerà a tristezza.

   

Ma ci vuole pazienza, dicevo. Magari il prete sapeva del defunto qualcosa che io non so. Io, del relativamente giovane don Raffaele Masi, so poco. Mi dicono che sia tatuato, e se fosse vero sarebbe come minimo contraddittorio perché nella stessa Bibbia in cui Re Salomone si diverte con mille donne mille (uno Zanza ante litteram!) i tatuaggi sono proibiti in lungo e in largo, dal Vecchio al Nuovo Testamento. Inoltre leggo che è molto attento al “popolo dei poveri” e questo è contraddittorio con l’aver scaricato il povero Zanfanti. Povero non solo in quanto morto. Un amico di Rimini che lo conosceva da suppergiù quarant’anni mi racconta che ai tempi d’oro il nostro eroe consumava le sue conquiste su una 128 coupé gialla con strisce nere parcheggiata dietro un piccolo distributore di benzina: “Quelli che da noi erano chiamati birri, oppure imbarcatori, non erano i playboy delle riviste perché la loro abilità non aveva bisogno di macchine costose o dimostrazione di potere o ricchezze”. Il modello non era quello di un Gunter Sachs, di un Gianni Agnelli, di un Porfirio Rubirosa, di seduttori muniti di fuoriserie, motoscafi, elicotteri. Mauro, come lo chiamavano gli intimi, compresa la ragazza dell’ultima notte, era una persona semplice, un figlio di pescivendoli che non aveva studiato (eppure lo svedese lo aveva imparato…) e non aveva nemmeno fatto i soldi. Non era un gigolò e negli ultimi tempi non se la passava troppo bene. Per capire tante cose basta guardare su YouTube una breve videointervista del 2011, ambientata nel bar Brigantino che gestiva nella frazione pochissimo chic di Miramare. I ricchi che a don Masi non piacciono non ci mettevano piede di sicuro. Un altro amico lo ha incontrato un paio di anni fa, notando l’inconfondibile odore di pesce perché era tornato a lavorare in pescheria, zona Lagomaggio ossia Regina Pacis ossia don Raffaele Masi, appunto, aiutando la madre ottantenne a cui era legatissimo e che ora lo piange sconsolata. Ci vuole pazienza e io cerco di averne ma di sicuro non la pretendo da questa vecchia signora che oggi ha tutto il diritto di lamentarsi con Dio, sopravvivere a un figlio è terribile, e con la Chiesa di Dio che sembra addirittura infierire. Ecco, avessi avuto dei dubbi sull’opportunità di questi funerali avrei pensato a questa donna, avrei cercato di non aggiungere dolore al dolore.

   

Ci vuole pazienza e bisogna cercare di immedesimarsi anche in questo prete che, per quanto si dice, tatuato, avrà pensato di far bene. In effetti le esequie rischiavano di diventare problematiche ovvero mediatiche. Io ero in San Petronio al funerale di Lucio Dalla, bolognese cattolicissimo e devotissimo e importantissimo che la basilica se la meritava certamente. Però i troppi minuti in cui Marco Alemanno pianse l’amico dal pulpito furono terribili. I funerali vip vanno gestiti. I presenti non aspettano altro, d’accordo, ma spesso sono gli stessi preti a chiamare gli applausi. E per quanto riguarda gli sproloqui dal pulpito basta evitare le testimonianze di amici e parenti ed ecco che la parola resta al Signore della vita e della morte.

   

Infine ricordo al vescovo di Rimini, il capo di don Masi, che la sua cattedrale è ancor oggi assurdamente intitolata al pessimo Sigismondo Malatesta, colui che (parole di Papa Pio II) “fu dissoluto al punto di violentare figlie e generi, violò vergini consacrate a Dio, uccise fanciulle e fanciulli che si ribellarono a lui”. Zanza non ha mai ucciso nessuno, e non pretendeva cattedrali.

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Commenti all'articolo

  • verypeoplista

    verypeoplista

    29 Settembre 2018 - 16:04

    Chiarissimo Langone, più che la pazienza la Chiesa ha bisogno di preti fedintelligenti; mi sorge un dubbio, che siano essi in minoranza?. PS 1) "Perciò io ti dico: i suoi molti peccati le sono perdonati PERCHE' HA MOLTO AMATO; ma colui a cui poco è perdonato. poco ama". (Luca 7:47). PS 2 ) Nel Vangelo di Luca compaiono tante donne anonime e l'individuata in specie come "pubblica peccatrice perdonata o pentita"...allora, mi chiedo, perchè nel 2018 a queste donne emblematiche del Vangelo non si correlano i peccatori di "troppo" amore? La donna a cui Gesu fa riferimento è chiamata anche la donna del profumo (lavanda profumata che la donna usa per lavare i piedi di Gesu): orbene perchè non un "uomo del profumo" ? Io uso Pour un homme di Caron. Scusatemi l'aver servito questo cocktail con sacro e profano e, per un attimo, essermi "immedesimato" in Zanza in vita (RIP).

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  • Bacos50

    29 Settembre 2018 - 09:09

    Ma la colpa al solito non è di questo o quel prete, la colpa è di chi si affida e crede che un funerale in chiesa possa davvero cambiare chissà quale futuro destino e si affida a questi inutili giannizzeri. E come diceva il grande Petrolini a chi l’aveva fischiato in teatro “Io non ce l’ho con te - il prete o i preti - ma con chi te sta vicino e non te butta giù”. Finché daremo importanza a chi pretende di rappresentare il Padreterno piuttosto che rivolgersi direttamente a Lui - per chi ci crede - l’arroganza non finirà mai.

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  • Bello

    29 Settembre 2018 - 09:09

    Tutto giusto tranne la premessa da vero omofobo.

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  • carloalberto

    28 Settembre 2018 - 21:09

    Magari il prete sapeva che il defunto era morto in peccato mortale impenitente. E per questo ha ritenuto inappropriato il funerale in chiesa. Langone, lei che fa il tradizionalista, certe cose dovrebbe saperle. Che poi altri preti abbiano fatto scelte diverse, è un problema loro e dei loro vescovi. E il povero defunto, se era povero, non lo era certo per colpa della sorte o per amore di Sorella Povertà, ma perché invece di lavorare passava il tempo a.... fare qualcos'altro. Insomma, in conclusione: riposi in pace il defunto, ma Langone la smetta di idoleggiare l'edonismo (casareccio o snob che sia).

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    • gcpasini

      29 Settembre 2018 - 15:03

      Nessuno può dire con certezza che è morto in peccato mortale, potendosi coscientemente pentire all'ultimo secondo, questo dovrebbe sapere il prete, il vescovo e anche Lei che sembra tanto sicuro della condizione dell'anima del prossimo suo !!!!!!!!!!!!!!!!!!

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    • carlo schieppati

      29 Settembre 2018 - 09:09

      Lo stato di "peccato mortale" lo deciderà solo Dio, non altri (è per questa via che i nostri magistrati sono diventati direttori di coscienza e fanno la morale...). L'intervento del prete sarebbe stato plausibile solo in caso di atto scandaloso pubblico che conclamasse l'impenitenza finale. E poi a Zanza piaceva la figa: solo per questo beneficia dell'indulgentiam, absolutionem et remissionem omnium peccatorum suorum, noti e non noti e che noi siamo tenuti a non sapere.

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    • Dario

      Dario

      28 Settembre 2018 - 22:10

      Io invece penso che qui Langone abbia ragione. Bisognerebbe ricordarsi che il giudizio finale tocca sempre a Dio, e che per noi è imperscrutabile. Se i parenti lo vogliono, se non c'è stata una espressa volontà contraria del defunto, io il funerale in chiesa lo farei sempre. E' un segno di accoglienza della chiesa, e di umiltà: per noi quest'uomo ne ha fatte di tutti i colori, ma noi non sappiamo cosa ci fosse davvero nel fondo del suo cuore e solo Tu, Dio, lo puoi sapere. Lo mettiamo nelle Tue mani.

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