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Il fatto alternativo di Mafia capitale

Una bolla di fatti alternativi non la puoi sgonfiare, e così nel processo d’Appello si è deciso di convertire il senso di condanne già erogate nel significato simbolico che le bolle richiedono. Stavolta la mafia c’è. Ma la bufala resta lì ed è sempre grande

11 Settembre 2018 alle 19:48

Cosa si muove nel processo d'appello di Mafia Capitale

Foto LaPresse

Mafia capitale è un classico “fatto alternativo”, un caso di scuola, la bolla informativa al posto del contenuto di fatto. Anche i bambini hanno capito quel che non era difficile divinare a tutta prima e che nessuna sentenza potrà mai smentire: due o tre associazioni per delinquere a scopo di lucro (appalti, corruzione della pubblica amministrazione e della politica capitolina per segmenti, prestito a strozzo) furono smantellate da indagini giudiziarie che, per comodità e aura mediatico-politica, furono condotte con i metodi antimafiosi del 416 bis e annunciate preventivamente come bomba politica a un convegno del Pd a qualche giorno dalle retate. Non esistono in punto di fatto i requisiti classici dell’organizzazione per delinquere di stampo mafioso, no violenza generalizzata, no attacco e infiltrazione nel cuore dello stato, no famiglie e cosche e rituali omertosi correlativi, solo chiacchiere telefoniche disgustose e colloqui ambientali registrati presso il quartier generale del Cecato, una vecchia conoscenza della questura appostata con i suoi cravattari presso una pompa di benzina in Roma nord, ai limiti della commedia all’italiana, come la musica del “Padrino” di Coppola ai funerali in pompa Casamonica: insomma, la mafia non c’è, ci sono i metodi tipici, che certo non sono espressione di politesse e gentilezza d’animo, e quindi per estensione gergale antigiuridica possono essere definiti “mafiosi” in un senso molto originale, delle tipiche combriccole affaristiche presenti si può dire per ogni dove, con l’aggiunta di un linguaggio intercettativo da “mondo di mezzo”, una roba tra il cattivo esoterismo di una destra romana parecchio becera e il senso di impunità di gruppi leggermente rivoltanti, Er Più. Non c’è né un arsenale né un tesoro o tesoretto di capitali di un qualche peso, tutto sommato il malloppo ritrovato è roba corrispondente allo stato organico della città di Roma, stracci e bellurie da piccola manovalanza del crimine.

 

Allora c’è stato un tribunale che ha stabilito che il fatto è il fatto, e la bolla la bolla, sottraendo al processo e alla sentenza di primo grado tutto il glamour che invece l’accusa penale, rappresentata da giudici estranei alla conoscenza approfondita della città, richiedeva, in un contesto in cui se non sei un cacciatore di mafiosi sei uno stracciarolo della piccola delinquenza municipale, e nessuno è in grado di usare politicamente e demagogicamente il tuo lavoro. Ma la bolla non è stata bucata. Alzi la mano chi può testimoniare di aver vissuto l’esperienza di una ipotesi d’indagine e di accusa smentita da una sentenza che fa testo, quando il 416 bis uscì dal quadro probatorio nel primo processo. Niente, mafia era e mafia è restata, sui giornali, nelle televisioni, nella stampa internazionale, perfino nelle serie tv, tranne che per piccole minoranze combattive che hanno insistito nel loro stupore e realismo. Una bolla di fatti alternativi non la puoi sgonfiare, e così nel processo di secondo grado si è deciso ieri di convertire il senso di condanne già erogate e di fatti reali già accertati nel significato simbolico che i fatti alternativi e le bolle richiedono: stavolta la mafia c’è. Perché scontentare una procura della Repubblica e un’opinione municipale e mondiale nel loro desiderio fervente di onorare anche questo borgo papalino che è Roma di un tocco alla “Gomorra” e alla “Piovra”? Meglio conformarsi, basta curvare a un profilo paramafioso, senza cambiare niente nei fatti e nelle condanne, salvo piccole correzioni al ribasso degli anni di galera comminati, le associazioni per delinquere che così, nude e crude, non avrebbero probabilmente portato a quel nuovo clima morale e spirituale, così carico di buche e fallimenti, che è riassumibile nella prima giunta Raggi nata dalla denuncia coraggiosa di Mafia capitale. Omertà, omertà. Onestà, onestà-tà-tà. Detto fatto.

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Commenti all'articolo

  • stearm

    11 Settembre 2018 - 22:10

    Saranno contenti gli autori delle serie Netflix, tipo Suburra. Il mito della mafia capitolina è già stato immortalato sugli schermi. Non si vorrà negare adesso che anche Roma merita di avere il suo Pablo Escobar. Basta crederci. Una bella sceneggiatura piena di violenza, giovani attori che parlano un dialetto coatto (non romano, perchè il dialetto romano ormai è morto). La mafia allora esiste, come esiste Biancaneve. Oppure cambiate canale.

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