cerca

Igor Russo e la foto dell'assassino

Norbert Feher è stato catturato questa mattina. Una fuga di otto mesi con cinque omicidi finita in mutande sui siti di tutto il mondo

15 Dicembre 2017 alle 20:25

La foto dell'assassino

L’introvabile alla fine è stato trovato. Di lui è rimasta una fotografia: una faccia stanca e desolata, un fisico robusto ma flaccido sopra un paio di mutande. 

  

Norbert Feher, che poi altro non è che Igor il Russo, è riapparso lontano dalle acque palustri che lo avevano visto sparire, tra Bologna e Ferrara, tra il Reno e l’Idice. Si è palesato ancora pistole alla mano nell’entroterra brullo dell’Aragona, a Cantavieja, sud della Spagna, nemmeno mille anime a poche centinaia di chilometri da Valencia. Lo cercavano dal primo aprile, dalla rapina finita in morte a Budrio. Aveva ucciso ancora due settimane dopo quando durante la sua fuga si era trovato davanti a una guardia ambientale. Per mesi era diventato il nemico pubblico numero uno, una sorta di fantasma armato. L’avevano cercato ovunque. Pattuglie di agenti e cani molecolari, elicotteri e volanti con una foto segnaletica e la consapevolezza che uno che diceva in giro di aver fatto la guerriglia in Jugoslavia sapeva come non farsi trovare. Avevano scandagliato boschi e canali, cascinali e capanne, ma invano. E così, come in ogni grande giallo, erano iniziate a girare storie e leggende, fughe in barca in Croazia, latitanze in Serbia, destinazioni esotiche. Le indagini erano top secret e portavano in Spagna, ma la fantasia spingeva i non addetti ai lavori a immaginare scenari diversi, romanzeschi. La latitanza è però molto più terrena e spinge chi fugge da qualcosa a raggiungere luoghi conosciuti, non lontano da quella Valencia che sui social definiva “casa dolce casa” e nella quale era più volte andato e tornato.

 

La fuga di Igor il russo è finita questa mattina ai lati di una strada, vicino a un pick up cappottato in un fosso. La polizia spagnola lo cercava su indicazione di quella italiana, ma è stato il caso a farlo trovare. Mercoledì due agenti hanno fatto irruzione in una fattoria nei pressi di Teruel alla ricerca di un rapinatore e si sono trovati davanti la pistola di Feher. Nella sparatoria Victor Romero Perez e Victor Jesus Caballero Espinosa sono morti. Oltre all'agricoltore al quale è stato sottratto l'autovettura. Igor il russo era scappato. Ancora.

 

Il noir emiliano del killer di Budrio

Igor il russo o Ezechiele il serbo è in fuga dal primo aprile. Avrebbe ucciso due persone e ferito un'altra. "Sembra un cattivo dei libri e di solito i cattivi dei libri una via di fuga la trovano sempre”, racconta chi lo ha conosciuto

  

Altre tre vittime prima dell'arresto a mani alzate, senza opporre resistenza. Poi quella fotografia, una di quelle buone per l'archivio della polizia, una di quelle con il muro bianco e le tacche dell'altezza. Ma quella fotografia esce dalla questura e finisce sui siti. E' il killer di Budrio, il killer di Teruel. Il killer e basta. Quella fotografia rappresenta "la giusta fine di un giallo che è assomigliato molto a un noir contemporaneo, con l'unica differenza che qui non c'è un'opera di fantasia, ma la realtà", dice Gilles Cappi, ricercatore all’Università della Sorbona specializzato nella letteratura noir scandinava. Ed è la giusta fine perché unisce "il finale del racconto giallo, ossia la soluzione di un caso, con quello del noir, ossia la denuncia di un sistema malato, che non sempre vuol dire restaurazione di un ordine pregresso, ma vittoria di una certa giustizia, non sempre identificabile con quella della legge, ma quella considerata tale dagli appassionati del genere". E così il nemico pubblico numero uno preso e arrestato, sfatto nel volto, segnato nello sguardo, in mutande, con un fisico cadente come non lo si immaginava da uno che le cronache raccontavano fosse solito fare quattromila addominali al giorno diventa "il miglior modo di esorcizzare quanto successo, dando al pubblico quel che voleva, ossia l'immagine di un uomo finito".

 

"Chi passa dentro una tragedia ha voglia di dimenticarla, per gli altri c'è la volontà di scoprirla. E per far ciò la cosa migliore è vederla", scriveva Manuel Vázquez Montalbán nel suo saggio del 1992 "La literatura y la construcción de la ciudad democrática". Sarà forse per questo che mentre la curiosità dei lettori si concentra sulla foto, il padre di Davide Fabbri, il barista ucciso il primo aprile si tira fuori, si allontana da Igor e da quanto succeso: "Sono anziano, credevo di non sentire mai questa notizia ma mi sono reso conto che non mi interessa. Mi sarebbe interessato di più se mi avessero restituito mio figlio".

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi