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Torino, Cairo

Lo sbarco del Corriere sotto la Mole e altri segnali di un editore che crede nei giornali. E non nella grafica

22 Novembre 2017 alle 06:00

Torino, Cairo

LaPresse/Mourad Balti Touati

Mentre la concorrenza debutta con il font Eugenio, affidando al restyling grafico il recupero di un perduto carattere giornalistico, lui prosegue a martellare il suo pragmatico Cairo New Roman, lo storytelling con le grazie dell’azzardo di un giornalismo che crede alla carta, che punta ai numeri, ai lettori, possibilmente a trovarne altri disposti a spendere il loro soldino ogni mattina. Il carattere, no font fighetti, o la tigna di uno che fa l’editore puro, e se serve lo fa pure in modo spurio, coi numeri dei settimanali popolari a reggere l’ambizione del Gran Giornale, sfruttando il crossover tra la tv e la stampa. Così, mentre debutta oggi la nuova Repubblica, venerdì 24 novembre il Corriere della Sera sbarca a Torino con una nuova edizione, un gesto di conquista non solo simbolica. S’è preso un palazzo in Galleria San Federico, nel cuore della città laddove un tempo c’erano la Stampa e pure la Juventus. S’è preso come direttore uno che Torino l’ha nelle dita, Umberto La Rocca, che era stato vicedirettore della Stampa con Giulio Anselmi e sotto la Mole con molta voglia di riprendersi un ruolo. Sbarca con parterre di “celebri giornalisti piemontesi”, a partire da Massimo Gramellini che torna a offrirsi al “suo” pubblico, e Aldo Cazzullo, e Aldo Grasso. Sbarca con una redazione di una quindicina di giornalisti, alcuni rubati alla concorrenza, e una task force di supporto per il lancio. Filo da torcere, per il quotidiano della Real Casa. Operazione non banale, in grado di far male a quella che nelle dichiarazioni è nata per essere la corazzata del futuro, la Stampa-Repubblica, sul lato più scoperto. Operazione non casuale, in una città che da paludata per indole sta soffrendo il declino percepito della modalità Appendino. Conquistata da poco più di un anno Rcs, Urbano Cairo sta facendo né più né meno quel che aveva in mente, al netto del mitico taglio dei costi. Ha rifatto la Lettura che era asfittica, ed è diventato un prodotto editoriale vivo, ha varato il dorso Buone Notizie (chi è il matto che scommette stampando più carta?), sta provando a rilanciare il quotidiano sportivo, segmento dato per morto. “Non ci sarà l’Italia ma la Gazzetta varerà l’Operazione Mondiale Rosa”, ha detto dopo la débâcle del suo ex Ventura, annunciando “un progetto senza precedenti” per l’estate. 

  

Più cronaca, il pop esibito, far trottare le redazioni, in primis quelle web. Un programma di conti in ordine, ma ambizioso. Da editore, appunto, che i soldi vorrebbe farli. Si potrà discutere se la linea vellica-grillini (più evidente che nell’altro pezzo di regno, La7) sia l’ideale per il giornale della borghesia italiana. Intanto la notizia di ieri è che Milena Gabanelli approderà al Corriere.it con una video-striscia quotidiana e come ospite (per ora) nei programmi di La7. Approdo non esattamente imprevedibile, ma che dà il senso di una filosofia editoriale che lavora con quello che ha, e lo concima.

  

Sfidare gli ex proprietari di riferimento del Corriere nella loro città, puntando su un nuovo giornale di carta, è un guanto di sfida. Il segno che anche Torino non è più Regno, e forse può diventare mercato. Gramellini, che di Torino la sa lunga, ha scritto: “Il Corriere è la voce delle regioni più intraprendenti d’Italia. Ha la testa a Milano, un braccio possente nel Triveneto e il cuore un po’ dappertutto. Ma senza Torino era come se gli mancasse un pezzo”. E Cairo non smetterà di puntarci, sulle città. E va a rosicchiarsi un pubblico vero, cercandolo dov’è. Nell’area del non-lettore antipolitico, ma anche altrove. Cairo che sbarca a Torino e martella sul web, senza stare a pensare alla raffinatezza del Bodoni, non sarà la rivoluzione, ma è un’idea.

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