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I diritti sono sempre anche interessi super-individuali, cioè doveri

Redazione

Dall’accesso all’università all’obbligo di vaccinazione: perché il parere degli esperti deve tornare a contare

Professor Cassese, si sono intrecciati, in questi giorni, due importanti questioni relative ai diritti: il diritto di accesso all’Università, il diritto di iscrivere i propri figli a scuola. La prima innescata dal Tar, che ha dato provvisoriamente ragione a studenti che impugnavano la delibera del Senato accademico dell’Università di Milano sull’accesso programmato. La seconda dalla regione Veneto che voleva una moratoria nell’applicazione della legge che richiede la vaccinazione come condizione per la frequenza scolastica. 

 

Prima di parlare della questione dei due diritti e della loro interpretazione, vorrei fare una riflessione su un tema che sta alla base di ambedue le questioni: il disprezzo della competenza. Sia l’uno che l’altro problema, infatti, nasce dal disprezzo o dalla disattenzione per l’opinione degli esperti. Nel primo caso, una meditata e ben argomentata delibera del Senato accademico dell’Università, presa il 23 maggio 2017, nella quale si spiegava che la disponibilità di spazi, biblioteche, professori impediva di accogliere un numero illimitato di studenti. Le chiedo: se su un autobus vi sono 50 posti, a sedere e in piedi, e sull’autobus vogliono salire 100 persone, non è utile dare ascolto al guidatore che avverte gli utenti sulla disponibilità di posti?

 

E per l’altra questione?

L’Organizzazione mondiale della sanità, l’Istituto superiore di sanità, il ministero della Salute, consigliano di vaccinare, nell’interesse individuale e in quello collettivo, perché possono allentarsi le difese sociali e diffondersi malattie che erano state debellate grazie alla vaccinazione: non è utile ascoltare il consiglio dei medici, esperti della materia?

 

Perché non si ascoltano gli esperti?

Thomas Nichols ha pubblicato un bel libro, nei mesi scorsi, il cui titolo è “The Death of Expertise. The Campaign against established Knowledge and why it matters”. Il libro è stato pubblicato da Oxford University Press negli Stati Uniti. Esso affronta il problema dell’ostilità verso la competenza, dell’anti-intellettualismo, della diffusione dell’ignoranza. Badi bene: non si tratta di affidare il governo ai competenti, ma di ascoltare la voce dei competenti prima di prendere decisioni individuali e collettive. A mio parere, chi lo fa corre a occhi chiusi verso un precipizio, senza rendersi conto che non danneggia solo sé stesso, ma anche la comunità in cui vive, rispetto alla quale ha alcune responsabilità.

 

Ha evocato la responsabilità ed è tempo di passare al secondo problema, quello da cui abbiamo preso le mosse. Diritti, diritti solo individuali, o diritti-doveri?

Si è diffusa l’opinione che i diritti siano sconfinati, siano diritti come che sia, in qualunque modo, come se non vivessimo in società, come se fossimo monadi. La questione presenta due aspetti tra loro diversi, ma concorrenti allo stesso fine. Il primo riguarda la concezione individualistica estrema su cui si inserisce. La seconda il rapporto tra un diritto e gli altri diritti.

 

Cominciamo, allora, dal primo aspetto.

I diritti sono costruiti in una trama inestricabile di situazioni attive e passive, di diritti e doveri, e responsabilità. Ad esempio, il diritto al lavoro comporta la subordinazione del lavoratore al datore di lavoro, obblighi di diligenza e lealtà, responsabilità verso altri lavoratori. Il diritto allo studio deve raccordarsi all’offerta formativa (per questo esistono le procedure chiamate di accreditamento e di programmazione degli accessi).

 

Piano, piano: parliamo di Milano e dell’accesso all’università.

Per evitare che gli studenti stiano seduti a terra, si sta cercando da qualche anno di raccordare domanda e offerta formativa, diritto allo studio e apprestamento di strutture idonee a realizzarlo. Il primo non si realizza a pieno senza il secondo. Questo raccordo è operato per alcune facoltà a livello nazionale, con legge, per altre in sede locale. Una sentenza della Corte costituzionale del 1998 afferma che l’accesso ai corsi universitari è materia di legge, ma aggiunge che non tutta la disciplina deve essere contenuta nella legge. Altrimenti non vi sarebbe autonomia delle università, come prescritto dalla stessa Costituzione. In sede nazionale, oltre a disporre direttamente per alcune facoltà (medicina, ad esempio), sono stati stabiliti l’obbligo di programmare gli accessi e una procedura di accreditamento, una “patente di qualità” definita sulla base di indicatori di requisiti didattici, strutturali, organizzativi, di docenza, eccetera. Una volta fissati questi indicatori, le singole università debbono accertare quanti laboratori, quanti posti in biblioteca, quanti sistemi informativi, quanti posti nelle aule vi sono, e su questi misurare il numero di studenti che possono essere accolti. Il Tar, nella decisione provvisoria presa, si è fermato all’esame delle norme nazionali, che riguardano solo alcune facoltà (medicina, ad esempio), e ha dimenticato di considerare sia l’autonomia universitaria, sia le procedure di accreditamento e di programmazione degli accessi, che consentono ad altre facoltà (lettere, ad esempio) di stabilire quanti studenti possono iscriversi. Questo non vuol dire negare il diritto allo studio, perché vi sono altre università (a Milano, nella stessa città). Per non parlare del fatto che le prove di ammissione all’università hanno anche un valore di orientamento: consentono allo studente di misurarsi con le sue aspirazioni e alle facoltà di giudicare la preparazione di base indispensabile per continuare il corso di studi al quale ci si vuole iscrivere.

 

Ma il ministro dell’Istruzione dell’università e della ricerca ha detto che abbiamo pochi laureati.

Giusta constatazione. Un ministro che la fa dovrebbe, lo stesso giorno, far approvare dal Consiglio dei ministri un disegno di legge per aumentare corsi di studio, università, facoltà, borse di studio, biblioteche, laboratori, prevedendo il relativo finanziamento. Altrimenti, fa quello che potrebbe chiamarsi un salto logico: come l’autista che invita i 100 passeggeri a salire su un autobus con 50 posti.

 

Passiamo al secondo aspetto: il rapporto tra un diritto e l’altro.

I diritti non esistono l’uno in modo indipendente dall’altro. Sono una rete. Quando si tratta di tutelarli, bisogna bilanciarli. Ad esempio, nel caso delle vaccinazioni, deve prevalere il diritto alla salute (propria e collettiva) o quello all’istruzione? Mi pare chiaro che risposta debba essere nel primo senso.

 

Si può fare qualcosa per riportare un po’ di razionalità in tutta questa confusione? Non è questo che lei auspica?

Certamente. Auspico che gli esperti, i competenti, parlino più spesso e ad alta voce. Perché Istituto di sanità e Istituto di statistica, ad esempio, non preparano un rapporto breve ma documentato, sugli aspetti medici epidemiologici e statistici delle vaccinazioni, per spiegare meglio, far capire, sedare risse, dove può finire per prevalere l’ignoranza, il timore, la stregoneria? Un buon esempio è quello del rettore milanese, che ha evitato battaglie legali e cercato di ribadire i punti di sostanza: il diritto allo studio non è il diritto di ascoltare lezioni seduti a terra; il diritto allo studio senza avere un posto a sedere in biblioteca è la parodia della promessa costituzionale; il diritto allo studio senza un numero sufficiente di insegnanti soddisfa solo nominalisticamente l’esigenza di istruirsi.

 

Siamo al termine: una sintesi?

In due punti. Primo: dobbiamo rispettare la competenza, il mestiere, i professionisti. Alzare la voce, parlare a nome del popolo, quando si tratta di salute, istruzione, e di altri campi tecnici, è sbagliato. Bisogna ascoltare chi è depositario di secoli di conoscenze, esperienze, cultura, dottrina. Secondo: la concezione sconfinata dei diritti individuali finisce per disintegrare le nostre società. Tutti i diritti, anche quelli che appaiono inestricabilmente legati alla persona, sono anche vincolati a interessi super-individuali, collettivi, a una funzione sociale.

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