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KJ2 doveva morire

Lorenzo Borga

Cari animalisti, l'equilibrio tra uomo e animali non è facile come lo spiegate voi

Abbiamo trovato l’argomento di dibattito sotto gli ombrelloni: l’abbattimento di KJ2, l’orsa trentina uccisa dai forestali trentini. I temi estivi hanno sempre due caratteristiche comuni: in pochi conoscono a fondo l’argomento e spesso si tratta di un tema marginale rispetto alla nostra quotidianità. Il dibattito sull’orsa trentina risponde a entrambe. Il popolo che fino a oggi ci aveva stupito per dimostrare mutevoli competenze in qualità di allenatori di calcio, giuristi, politologi, economisti, statistici oggi si scopre vantare tra le proprie corde anche la zoologia.

 

La storia è semplice: un esemplare – nome in codice KJ2, 15 anni e 133 chili di peso – per due volte, nel 2015 e nel 2017, ha attaccato l’uomo senza essere stata provocata; per questa ragione è stata uccisa dal corpo forestale trentino, su ordine del presidente della provincia Ugo Rossi. Apriti cielo: “Assassini”, “mani sporche di sangue”, “insensibili”, “bastardi”, le associazioni animaliste si sono scatenate (i messaggi hanno riempito senza troppa fatica le pagine dei giornaloni). Una realtà kafkiana: le associazioni hanno promesso denuncia per maltrattamento di animale contro la vittima del secondo attacco– Angelo Metlicovez– che avrebbe bastonato l’orso per allontanarlo (a proposito, non fatelo se vi capitasse di incontrarne uno).

Eppure l’abbattimento di un esemplare plantigrado è contemplato come estrema ratio tra le azioni da intraprendere per garantire la sicurezza della popolazione umana, seppur in assenza di alternative e senza pregiudicare la sopravvivenza della specie (ricordiamolo: l’orso bruno è tra le specie particolarmente protette, almeno dal 1992). Partiamo dal principio: secondo il codice di azione nei confronti degli orsi problematici di cui si è dotata la Provincia di Trento, “in tutte le zone nelle quali orso e uomo convivono si verificano conflitti”, di qualunque tipo, e “alla presenza dell’orso è sempre associato il verificarsi di danni ad attività economica del settore primario” (cioè agricoltura e allevamento), seppur “solitamente una rilevante quota dei danni economici e delle reali situazioni di pericolo arrecate dai plantigradi è imputabile a pochi soggetti”.

 

Infatti, salvo casi eccezionali, il plantigrado ha un comportamento schivo e non risulta pericoloso per l’uomo, con cui tende a evitare gli incontri. La pericolosità di un esemplare è solitamente direttamente proporzionale alla sua assuefazione all’uomo e al grado di confidenza. E’ tuttavia fondamentale prevenire situazioni di conflitto e garantire la massima sicurezza dell’uomo, per rendere socialmente accettabile la coabitazione e la gestione dell’orso per la popolazione locale. Compito non sempre facile in particolare nelle aree di recente ricolonizzazione, “in cui gli abitanti hanno perso la memoria storica della presenza della specie”. Infatti in Trentino l’orso non c’è da sempre: o meglio, ne sono stati reintrodotti alcuni esemplari, dopo il loro sterminio, con il progetto europeo Life Ursus, che dal 1996 ha reintrodotto una popolazione di orsi bruni prelevati dalla Slovenia. Un progetto con forte rilievo naturalistico, con effetti positivi sull’equilibrio della catena alimentare e della biodiversità, ma con importanti esternalità anche sul turismo. Le azioni di contrasto agli esemplari pericolosi – cioè quelli che si rivelano fonte di pericolo per l’uomo – sono dunque fondamentali per evitare un rigetto da parte della popolazione locale. Fabio Chinellato, dottore forestale, lo ha spiegato in modo chiaro sul suo blog: se non ci avesse pensato la provincia, sarebbero stati i residenti nelle zone più popolate – imbracciati i fucili da caccia – a prendere in mano la situazione in modo “fai da te”, probabilmente uccidendo anche numerosi esemplari innocui e non pericolosi, come invece si è dimostrata negli anni KJ2. Già oggi circa il 20 per cento degli orsi morti dal 2003 a oggi risulta ucciso per attività di bracconaggio.

 

 

Oggi in Trentino vive una popolazione tra i 49 ed i 66 esemplari, compresi i circa 15 cuccioli nati nell'ultimo anno. In tutte le zone nelle quali orso e uomo convivono si verificano conflitti e danni ad attività economiche del settore primario

L’abbattimento d’altronde non vede contrari neppure gli esperti: il naturalista zoologo Filippo Zibordi – intervistato dal quotidiano locale Trentino – sostiene che “uccidere un animale urta molto la sensibilità di chi è attaccato alla vita del singolo”, ma è “opportuno in alcuni casi, come quello di KJ2, […] per fare il bene della popolazione degli orsi e dello stesso progetto” di ripopolamento. D’altronde la cattività prolungata (gli orsi possono vivere fino a 50 anni) “per alcuni” esemplari “può diventare una tortura”, oltre al fatto che “non è sostenibile economicamente mettere alcuni animali in gabbia ogni due o tre anni: il costo è molto elevato”. Anche lo spostamento coercitivo sembra poco efficace: “Se fossero spostati tornerebbero sui loro passi”. Gli fa eco Luigi Boitani, professore ordinario di Biologia alla Sapienza di Roma e uno dei massimi esperti italiani di grandi carnivori, sentito dal Corriere del Trentino, secondo cui “non c’è niente di male a considerare l’abbattimento” per specifici esemplari con il vizio di avvicinarsi alle aree abitate. Secondo il professore d’altronde “di fronte all’attività svolta dalla Provincia di Trento c’è da togliersi il cappello. Anzi, magari tutte le Regioni lavorassero così”, come ricordato a suo modo anche da Maurizio Crippa sul Foglio.

 

Lo stesso padre del progetto Life Ursus, lo zoologo Andrea Mustoni, intervistato sul Corriere.it, afferma che nei confronti degli orsi problematici “avremmo dovuto essere più severi, arrivando nei casi estremi anche all’ abbattimento”, anche se “il termine ‘punizione’ non mi piace e non si addice ad animali che vivono la loro vita ricca di emozioni e sensibilità. Ma, nel rispetto delle persone, dovremmo prestare la massima attenzione a risolvere i problemi causati dagli orsi dal comportamento anomalo”. Anche perché “alla fine rimane il principio che debbano essere gli orsi ad adeguarsi al territorio”.

 

Secondo il rapporto Orso 2016 della provincia di Trento, oggi in Trentino vive una popolazione tra i 49 ed i 66 esemplari, compresi i circa 15 cuccioli nati nell’ultimo anno. La soglia minima di popolazione vitale, secondo quanto previsto dagli obiettivi del progetto Life Ursus. Una popolazione quasi completamente distribuita nella parte occidentale del Trentino, in una regione che per gli esemplari femminili (più stazionari) è misurata in 1.090 chilometri quadrati, perciò 3,2 orsi ogni cento chilometri quadrati.

 

In molti, nei giorni scorsi, sui social network hanno invocato riserve protette e inibite all’uomo, sul modello dei parchi americani e canadesi. Su questa proposta sono necessarie un paio di precisazioni: primo, in Trentino sono presenti numerose aree protette – con diversi gradi – come è osservabile da questa cartina. In particolare il Parco Adamello Brenta (620 chilometri quadrati), che ha ospitato i primi esemplari del progetto Life Ursus, ricopre gran parte dell’area percorsa dagli animali. Secondo, un’altra area di movimento per gli orsi è il Monte Bondone e la Valle dei Laghi, a pochi chilometri dalla città di Trento, dove non a caso gli avvistamenti sono numerosi e dove si sono verificate entrambi gli attacchi di KJ2 all’uomo. Un’area popolata e antropizzata, in cui si trovano paesi, attività economiche ed impianti sciistici. Come istituire un’area naturale inibita all’uomo a pochi chilometri da una città di più di centomila abitanti, in una zona già fortemente antropizzata? Il prof. Boitani non a caso afferma che se è vero che è possibile “pensare di conservare gli animali in riserve protette, la versa sfida è convivere con loro”.

 

Avvistamenti di orsi con cuccioli (2017), in rosso l’area del Monte Bondone e della Valle dei Laghi. Fonte: Provincia di Trento.

 

Le soluzioni pratiche esistono: maggiore comunicazione e formazione per i residenti e i turisti aiutano a prevenire e gestire al meglio gli incontri ravvicinati, come anche la possibilità di spostare alcuni esemplari in eccesso nei Balcani – soluzione allo studio in questi giorni – possono essere di forte aiuto. Ma i cosiddetti animalisti continuano imperterriti la propria “battaglia di civiltà”, promettendo di boicottare il Trentino ed i suoi prodotti. Prima di volgere la propria attenzione alla prossima polemica di questa estate presto (fortunatamente) al termine.

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