La rissa di Torvajanica, ovvero un'istantanea di Roma ai tempi della Raggi

L'autista del Cotral che mena, la gente intorno a torso nudo

Salvatore Merlo

A Roma, lo scriveva Moravia, è avvenuto il contrario di quello che avviene nelle altre capitali. La città si è ingrandita, si è arricchita, ma è rimasta legata a un’idea del vivere elementare e grossolana cui gli ultimi decenni di totale incuria amministrativa sembrano aver regalato un tocco di ulteriore, enfatico e sublime sbraco. In attesa di un nuovo Carlo Verdone, di un altro Alberto Sordi, di un moderno Gassman con il quale ridere, per non piangere, la moderna tecnologia dei cellulari ci consente di avere una considerevole quantità di grezzo materiale cinematografico per raccontare la città contemporanea, un materiale degno, riteniamo, se non proprio della commedia almeno del neorealismo.

  

Prendiamo l’ormai famoso video della rissa di Torvajanica, una scena ripresa al cellulare, un filmettino di due minuti e tre secondi che da alcuni giorni gira su Facebook (e ieri è finito anche sulle home page dei quotidiani online). E’ uno spaccato straordinario sulla città, sul romanesimo contemporaneo, un’istantanea che riprende, fonde, rimescola e restituisce in pochi minuti tutti gli elementi impressionistici dell’orrore sociale e antropologico, del grottesco dominante nella capitale d’Italia ai tempi di Virginia Raggi e del Movimento cinque stelle al governo, l’unico posto dell’Europa occidentale (ci pare) in cui può capitare di scivolare per strada sul cadavere semi-decomposto di un ratto, o dove possa succedere che una turba di persone stanche d’aspettare alla fermata del bus per oltre quaranta minuti decida – seguendo la logica del manzoniano tumulto dei forni – di fermare un autobus qualsiasi e dirottarlo, come forse non avviene nemmeno a Caracas o nella periferia di città del Messico.

  

C’è infatti qualcosa insieme di comico e di preoccupante, in questo turbinoso susseguirsi di primi piani e piani americani, piani lunghi e piani sequenza, in questo video che comincia facendoci vedere un autista di autobus, in divisa e in servizio, che sceso dal suo mezzo insegna il codice stradale, ma a cazzotti, a un altro tipo, un po’ più bassino, un automobilista in polo e colletto sollevato, mentre una voce fuori campo spiega: “Quello co’ l’auto ha fatto inversione a U, e quello dell’Atac c’ha ragione”. E tutto questo, tra schiaffi e botte, mentre nessuno interviene. Al contrario, tutt’intorno, presto si forma un capannello, un campionario d’umanità, gente a torso nudo, occhiali da sole, gel per capelli, tronisti di Maria De Filippi, urla, tanti piccoli Totti, suoni gutturali. Scimmieschi. Mancano le liane. “Aho!”. Roma. Oggi.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.