Quattro matrimoni e un'unione civile

Redazione

Poche unioni gay nel paese che le reclamava a gran voce un anno fa

Dopo mesi, se non anni, di dibattito in Aula, in televisione, sui giornali e nelle piazze, lo scorso anno il Parlamento ha approvato le unioni civili per le persone dello stesso sesso. Un provvedimento che, a leggere le cronache di quei giorni, sembrava l’unica battaglia di civiltà degna di essere combattuta, tanto da essere considerata prioritaria dal governo rispetto ad altre decisioni. Una legge che, sempre stando a quello che i promotori ripetevano in quei giorni, tutto il paese aspettava con ansia, affinché finalmente migliaia di omosessuali potessero finalmente pronunciare il proprio sì e vedere loro riconosciuti gli stessi diritti delle coppie eterosessuali. Come spesso succede in casi come questo – quando si discute cioè di valori come la vita o il matrimonio – la percezione dell’urgenza del provvedimento è stata ingigantita dal circo mediatico. La prova è nei numeri, pubblicati due giorni fa dal Sole 24 Ore: in oltre otto mesi dall’entrata in vigore della legge Cirinnà, infatti, le unioni civili formalizzate in Italia sono state appena 942, in gran parte tra uomini.

 

La città con più “sì” è stata Milano, seguita da Roma e Torino. La ricerca si concentra sulle città capoluogo, ma rende comunque l’idea di un ridimensionamento nei fatti di quella che fino a un anno fa veniva presentata come necessità imprescindibile. I dati sono peraltro in linea con quelli di altri paesi europei, dove le unioni tra omosessuali hanno un’incidenza bassissima sul totale. I numeri di questi giorni ci dicono che la battaglia sui matrimoni gay è stata caratterizzata da opposti fanatismi (la famiglia tradizionale non è entrata in crisi con il matrimonio gay, purtroppo) e ci portano a pensare anche qualcosa di più: dare a tutti indistintamente un diritto è spesso il modo migliore per non farlo usare, e nel contempo svuotare di significato l’istituto originale, il matrimonio, già abbastanza malandato di suo.

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