Dove andava Amri?

Cristina Giudici

Coincidenze e casualità. Possibili santuari lombardi per nascondersi. Quei 200 scarcerati e poi spariti

Milano. Dopo l’uccisione dell’autore della strage di Berlino a Sesto San Giovanni, sembra di vedere un quadro. Da vicino i dettagli sono sfocati, da lontano la visione d’insieme è più nitida. Si sono accavallati troppi eventi che indurrebbero a escludere le troppe coincidenze. Eppure ieri il questore di Milano Antonio De Iesu ha affermato, rivolto ai giornalisti: “Vi prego di credere alla mia sincerità quando vi dico che lo abbiamo individuato per caso”. Quindi sarebbe andata così: durante un “pattugliamento straordinario”, dovuto all’intensificazione dei controlli sul territorio dopo la strage di Berlino, una pattuglia della polizia si è avvicinata a un cittadino straniero, maghrebino, appoggiato a una macchina, probabilmente in attesa di qualcuno nel cuore della notte, nei pressi della stazione ferroviaria. Non aveva documenti né cellulare, solo uno zaino con una pistola e i biglietti del treno che hanno permesso di capire che era arrivato dalla Francia. Ha urlato “poliziotti bastardi”, ferito un giovane agente e poi è stato ucciso. E solo successivamente si è capito che era il tunisino più ricercato d’Europa, Anis Amri. Cosa faceva a Sesto? L’ipotesi più logica è quella che aspettasse qualcuno della rete che aveva in Italia, dove ha vissuto per 4 anni, entrando e uscendo dalle carceri siciliane, per trovare riparo nella zona dove sono più radicati gli islamisti tunisini: la Brianza.

 

Oppure, altra ipotesi da non scartare, cercava un ricovero temporaneo per poi andare a est, nei Balcani, da dove veniva un componente del gruppo di cui faceva parte in Germania. Il “quadrilatero” islamista del nord è da tempo noto agli inquirenti. Dall’Italia per la Siria sono partiti 90 foreign fighters, 10 morti: la maggior parte dal nord-est. Non molti in realtà, ma l’allarme s’è alzato: non c’è solo transito in Italia, è una rete. In queste ore in cui si sta cercando di ricostruire il passato di Amri, si deve procedere con prudenza e connessioni logiche, senza sposare tesi che possono essere modificate dagli eventi, ma un dato è accertato. Amri era stato segnalato, durante i primi arrivi massicci di tunisini dopo l’inizio della primavera araba, come uno dei tanti con simpatie islamiste. E, sebbene fosse in carcere per reati di criminalità comune, in cella ha mostrato chiaramente segnali di radicalismo. Durante una delle sue detenzioni, pare fosse in carcere con un italiano convertito arrestato per reati di terrorismo. Bisogna considerare l’annosa questione della radicalizzazione in carcere, dove ci sono oltre 800 detenuti monitorati, di cui solo una minoranza in galera per reati di terrorismo, mentre gli altri criminali comuni sono sorvegliati per alcuni segnali che potrebbero indicare un percorso avviato alla radicalizzazione.

 

Ma è importante un altro dato: 200 musulmani scarcerati, che avevano mostrato adesione al jihadismo, sono svaniti perché, come ci hanno più volte spiegato gli investigatori non ci sono risorse umane sufficienti per poter seguire tutti h24. E l’autore della strage di Berlino farebbe parte di questo gruppo: delinquenti radicalizzati. La nostra intelligence antiterrorismo, sempre elogiata per l’efficacia con cui conduce il contrasto e la prevenzione al terrorismo non può essere considerata onnipotente. E’ fisiologico che qualche soggetto della galassia eversiva, con un profilo sul confine fra la criminalità comune e l’islamismo possa sfuggire al controllo. O essere erroneamente sottovalutato. Ma ora bisogna scoprire perché Amri sia venuto in Italia: se per trovare rifugio o transitare verso altre enclavi jihadiste.

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