Guido Bertolaso ospite a "In 1/2 ora" (foto LaPresse)

La versione di Bertolaso

Luciano Capone
Il capo della Protezione civile nel 2009 all’Aquila: “Tanto individualismo, poca prevenzione. Ma volontari e organizzazione sono la nostra forza” - di Luciano Capone

Roma. “Sono molto addolorato, sto seguendo le vicende del terremoto in Italia da lontano e sono stato chiuso in ospedale, cosa sta succedendo?”. Guido Bertolaso risponde al telefono poco dopo essere uscito dal pronto soccorso di un ospedale in Sierra Leone, dove è andato dopo la breve e infelice parentesi politica romana con l’associazione cattolica Medici con l’Africa prima per l’emergenza ebola e ora per occuparsi dei tanti bambini “che muoiono in silenzio”. E prima di ascoltare le domande chiede aggiornamenti sul numero delle vittime del terremoto che ha colpito il centro Italia nel reatino e nell’ascolano, con il bilancio salito nel frattempo a 247. A parte qualche piccola polemica, tutti hanno elogiato la “macchina dei soccorsi” che ha raggiunto luoghi difficilmente accessibili e sta funzionando in maniera efficace nonostante le enormi criticità. Sembra passato un secolo dal terremoto dell’Irpinia del 1980, quando gli effetti devastanti della scossa furono amplificati dai ritardi dei soccorsi, dall’assenza di coordinamento e organizzazione, dalla mancanza di mezzi e uomini, dall’incapacità di raggiungere i luoghi del disastro per salvare chi era sotto le macerie e assistere i sopravvissuti. In una trentina d’anni la Protezione civile si è forgiata e strutturata sui terremoti e disastri naturali: “Negli ultimi vent’anni abbiamo fatto passi in avanti importanti – dice l’ex dominus, per 10 anni, della Protezione civile – ci sono stati cinque terremoti seri, in Umbria e Marche, a San Giuliano, quello drammatico dell’Aquila, in Emilia e adesso purtroppo nel reatino e ascolano. Abbiamo fatto esperienza degli errori passati, ora la macchina è ben organizzata e questo è un dato di fatto, riconosciuto a livello internazionale”.

 

Quali sono stati i passi determinanti che hanno portato all’efficientamento della Protezione civile? Replica Bertolaso: “Diciamo che nel 2001 è stata riorganizzata in modo particolare la struttura di riferimento della presidenza del Consiglio, con una struttura di comando chiara. Il problema nostro spesso non è garantire i soccorsi, ma coordinarli, in un paese di individualisti anche a livello istituzionale. Sono serviti dieci anni di duro lavoro per fare squadra e sfruttare meglio le potenzialità che avevamo”. Il modello italiano però non è stato pianificato, è piuttosto figlio della contingenza e si è sedimentato emergenza dopo emergenza: “E’ stato un continuo esercizio di necessità – dice Bertolaso – In Francia, paese che ha meno problemi di noi per i rischi naturali e dove non esiste il rischio sismico, ci sono 450 mila pompieri, in Italia solo 30 mila. Dovrebbe essere il contrario. Per forza di cose abbiamo dovuto tenere insieme vigili del fuoco, forze armate e volontariato. In vent’anni abbiamo motivato, organizzato e inserito nelle istituzioni il mondo del volontariato, la vera prerogativa italiana che deriva dalla nostra storia e dalla nostra cultura, e questo è il sistema della protezione civile. Il presidente Renzi ha subito ringraziato i volontari, un segnale significativo”. Pare però che ci stiamo specializzando, catastrofe dopo catastrofe, nella gestione delle emergenze, quasi come se dessimo per acquisito che sia impossibile prevenirle. “La prevenzione costa quattrini, è difficile da mettere in piedi, ma soprattutto è qualcosa che politicamente non paga, non porta voti. Mentre l’altra faccia della gestione delle emergenze è che se il governo di turno non presta attenzione va a casa”. Quindi c’è un incentivo politico a gestire bene l’emergenza più che a fare prevenzione? “E’ un ragionamento cinico ma è così, basti pensare a cosa è successo a Bush con l’uragano Katrina. I governi rischiano di andare a casa per colpa delle emergenze. Questa è la linea lungo la quale ci si è mossi: organizzare e gestire bene le emergenze senza un piano a lungo termine di prevenzione. Così i soldi si spendono dopo, anche se si risparmierebbe se si spendessero prima”.

 

In questi casi drammatici sembra che si ripeta il solito copione: le lacrime, il dolore, le storie edificanti, gli elogi per i soccorsi e poco dopo le polemiche, la ricerca dei colpevoli, le accuse ali speculatori e la ricerca del capro espiatorio. “E’ anche umano che sia così, quando non si fa nulla per sistemare le cose nelle zone a rischio. E poi probabilmente ci sono delle responsabilità se crolla una scuola inaugurata pochi anni fa o se ci sono degli ospedali inagibili”. E’ accaduto anche all’Aquila, lei è stato accusato ed è ancora sul banco degli imputati: “La gestione mergenziale all’Aquila è stata assolutamente perfetta, straordinaria e difficilmente ripetibile – dice Bertolaso con una punta di orgoglio – Per il terremoto di mercoledì scorso si parla di circa 4 mila sfollati, all’Aquila invece ci siamo occupati di 100 mila sfollati. Dopo 24 ore erano tutti in 70 tendopoli o in alberghi della costa, le scuole sono state riaperte dopo 3 mesi per 16 mila studenti, poi ci sono stati i Map e il progetto Case. La Protezione civile era diventata troppo famosa e bisognava fare un po’ di disinformazione sul balcone crollato di una casa”. Cosa può insegnarci l’ennesimo disastro? “Questo terremoto deve riportarci con i piedi per terra. Fino a ieri si parlava delle Olimpiadi a Roma, ma abbiamo mandato in giro per il mondo immagini di paesi distrutti a 50 chilometri da Roma per una scossa di media intensità. E’ più importante destinare risorse per le Olimpiadi a Roma o per mettere in sicurezza il paese?”.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali