Polizia e soccorritori ad Arquata del Tronto (foto LaPresse)

L'alba luminosa che non consola più, ad Arquata

Nicoletta Tiliacos
La fine del mondo arriva così. Non chiede permesso, non si fa annunciare, ti assale nel sonno. Ti sorprende quando la montagna lontana e impassibile, circondata dalle solite stelle nel cielo di sempre, ti fa ancora credere che tutto, montagna, cielo e stelle, veglino su di te e sul riposo del tuo paese.

Arquata del Tronto. La fine del mondo arriva così. Non chiede permesso, non si fa annunciare, ti assale nel sonno. Ti sorprende quando la montagna lontana e impassibile, circondata dalle solite stelle nel cielo di sempre, ti fa ancora credere che tutto, montagna, cielo e stelle, veglino su di te e sul riposo del tuo paese. Il paese è Arquata del Tronto, un piccolo borgo dei Sibillini marchigiani, un tempo sosta obbligata sulla Salaria, la consolare numero quattro, prima che una nuova strada, negli anni Settanta, lo escludesse dai grossi flussi di traffico, regalandogli (o costringendolo) a un’austera solitudine. Poche decine di abitanti ai quali se ne aggiungono, ogni estate, altri che cercano, sulle sue pietre e i suoi sentieri, le tracce di quella vita che può essere vissuta solo quando ci si conosce davvero tutti e si amano, in fondo, le stesse cose.

 

Invece sei proprio tu, la persona che alle tre e mezza di una serena notte d’agosto si sveglia con i calcinacci sulla faccia e le pareti intorno che ondeggiano, mentre uno scricchiolio maligno, non paragonabile ad alcun suono mai sentito prima, ti annuncia che non sei affatto al sicuro. Il mondo sta per crollarti addosso, e non è una metafora, perché le pietre che ami tanto e che compongono il paesaggio a te più caro possono seppellirti, ucciderti, annientarti. Eppure sei ancora fortunata, perché i calcinacci, la polvere, il soffitto che continua a inclinarsi e il pavimento che ti balla sotto i piedi ti hanno comunque lasciato il tempo di metterti le scarpe e un maglione sulla camicia da notte, e di prendere al guinzaglio il tuo cane che non vorrebbe seguirti, terrorizzato (ad altri, poi saprai, quel tempo non è stato concesso). E quando pensi che la fine del mondo sia arrivata, senti le voci dei tuoi vicini, tutti tuoi amici, spesso dall’infanzia. Ci si chiama, ci si conta, ci si prende per mano. Tutti nella piccola strada dove si affacciano le nostre case, impegnati a capire che cosa bisogna fare, che direzione prendere, quale destino sia toccato a chi non è lì. Coperti alla meglio, qualcuno senza nemmeno le scarpe, qualcun altro con un accappatoio. Quante volte lo abbiamo sentito raccontare? Stavolta tocca a noi. Lo scricchiolio diabolico diventa boato e poi pioggia petrosa, il respiro e gli occhi si riempiono di polvere. Ai lati della vecchia via Garibaldi (l’eroe dei due mondi pernottò qui, a casa Ambrosi, nel gennaio del 1849), due insormontabili cumuli di macerie ci dicono che siamo in trappola. Soprattutto, ci raccontano che altri sono stati meno fortunati di noi. Non c’è via d’uscita e la prossima scossa potrebbe far richiudere su di noi ciò che rimane ancora in piedi delle case squassate. Poi c’è chi rammenta che da una cantina, proprio lì, parte un passaggio in disuso che arriva fino alla piazza. Lì si potrà stare più sicuri, raccolti al centro, ma per ora non c’è modo di uscire dall’assedio delle macerie. Già ci sembra un miracolo arrivare dove altri, da tutto il paese, si stanno raccogliendo. I bambini capiscono che non è un gioco anche se qualcuno tenta eroicamente di convincerli, i più vecchi sono ammutoliti, tutti siamo desolati, tramortiti. Una nuova scossa ci fa abbracciare gli uni con gli altri come naufraghi su una zattera, mentre i richiami di chi non riesce a uscire dalle case e di chi ci urla che questo o quel parente non risponde più vengono coperti dallo spaventoso rumore dei crolli ripetuti.

 

Quelli che non rispondono e che non si trovano, sono parte della grande famiglia del paese, quelli con cui fino alla sera prima si chiacchierava e si tirava tardi, su quella stessa piazza. Ore terribili passeranno prima che qualcuno – carabinieri e volontari – arrivi ad Arquata.

 

Ci viene detto che camminando con attenzione sulle macerie del vecchio circolo costruito negli anni Venti dove i nostri padri giocavano a briscola e a biliardo, si può raggiungere la scaletta ripida che porta alla Salaria e alla frazione più vicina ad Arquata, Borgo. E’ lì che il popolo dei terremotati comincia a fare i conti con la vita crollata. Lì, sul verde squillante e incongruo del campo di calcio della squadra locale trasformato in ospedale da campo ed eliporto, mentre un’alba luminosa non riesce a consolare nessuno. Lì si prende atto che la devastazione è terribile ed estesa a quei paesi così vicini ad Arquata nelle atmosfere, nel carattere della gente, nelle predilezioni – Accumoli, Amatrice – da far sembrare una convenzione capricciosa il fatto di averli assegnati al Lazio invece che alle Marche, o viceversa, perché da sempre sono affratellati, anche attraverso legami di parentela stretti con matrimoni. Lì si saprà anche che della piccola frazione di Pescara del Tronto, generosa di acque e accogliente con i suoi tanti figli emigrati che tornano ogni agosto, rimane poco o nulla. Ad aggravare il flagello c’è la circostanza che quei luoghi quasi spopolati tutto l’anno sembra abbiano voluto dare ai figli solitamente lontani un appuntamento funesto, che ora rende tanto grave e insopportabile la conta dei morti. Siamo smarriti, increduli, disperati, quando si sparge la voce che la piccola Marisol, bambina splendente di un anno e mezzo, è una delle vittime certe del terremoto di Arquata.