Urbano Cairo (foto LaPresse)

Rcs: vince Cairo, vero rottamatore

Redazione
Il 15 luglio della finanza italiana sarà ricordato come la disfatta dell’ultimo salotto buono e la fine della concertazione editoriale. Idee per Renzi

Urbano Cairo è diventato il padrone di Rcs, uno dei più importanti gruppi editoriali del paese, proprietario tra l’altro del primo quotidiano italiano. Con una perfetta operazione finanziaria, che ricorda per istintività e razionalità la scalata di Renzi al Pd, è riuscito a mettere la parola fine all’epoca (già molto in crisi ma incredibilmente resiliente) dei salotti buoni, dei patti di sindacato e della concertazione editoriale dove si dividevano debiti con le banche, favori agli azionisti e articoli di fondo. E per restare ancora al paragone con la politica, Cairo è riuscito dove Renzi voleva sfondare e adesso rischia di impantanarsi definitivamente (vedi alla voce Italicum): non spartisce la vittoria ma vince da solo, e vince per comandare. In questo caso entrando nella stanza dei bottoni di Rcs per sedersi sulla poltrona di amministratore delegato e dare il via a una fase di ristrutturazione e rilancio dopo anni molto difficili (1,3 miliardi persi nell’ultimo quinquennio).

 

L’offerta pubblica di acquisto e scambio (Ops) promossa dalla Cairo Communication a un concambio di 0,18 azioni a fronte di 1 titolo e un conguaglio cash di 0,25 euro per azione, con il supporto fondamentale degli advisor di Banca Imi ed Equita, dello studio legale BonelliErede, di Massimo Ferrari e dei proxy advisor Georgeson e Sodali, al termine del periodo d’offerta (venerdì 15 luglio) ha raccolto 254,786 milioni di azioni del gruppo di via Rizzoli, pari al 48,82% del capitale. Grazie non solo all’appoggio dei fondi ma soprattutto del retail: circa 140mila piccoli azionisti, il 25% del capitale [1].

 

Il patron del Torino era partito con in tasca appena il 4,6% del capitale di Rcs e la sua offerta per l’editrice ha raccolto adesioni pari al 44,2% della società. Mentre l’Opa cash a 1 euro per azione rivale, promossa dagli ex salotti buoni con la newco Imh (cordata composta dal fondo Investindustrial di Andrea Bonomi, e dai soci storici Diego Della Valle, Mediobanca, Pirelli e UnipolSai), partita in vantaggio con un 24,7%, è piaciuta solo al 13% degli azionisti dell’editrice (anzi un po’ meno, visto che Bonomi ha comprato qualche titolo sul mercato) e si è fermata al 37,7% [2].

 

Ancora non è chiaro se i soci dell’Opa sceglieranno di dichiarare comunque valida l’offerta rinunciando alle condizioni minime sul controllo (che nel caso di Imh era stato fissato al 60%), provando a tenersi il 37,7% (quota che potrebbe essere decisiva nel caso di assemblee straordinarie) o se tornare al 24,7% posseduto prima dell’Opa. Se il quadro restasse confuso, Consob potrebbe esprimersi per fare chiarezza. Una cosa è però certa: l’Ops di Cairo è prevalente. E a questo punto si prevede che in molti tra il 22 e il 28 luglio, quando si aprirà una finestra per quanti hanno aderito all’Opa di Bonomi, migreranno sull’Ops di Cairo. Così la Cairo Communication dovrebbe salire oltre il 60%, mentre i quattro soci non avranno una quota tale da rappresentare la minoranza di blocco (circa il 13,5% del capitale non ha scelto tra nessuna delle due offerte) [3].

 

Se l’operazione sarà dichiarata valida, Cairo potrà nominare il consiglio di amministrazione di Rcs e diventare amministratore delegato e quindi nuovo editore del Corriere della Sera in un tempo di grandi complessità e incertezze per il business dei quotidiani – che ha appena visto una storica operazione di alleanza tra i maggiori rivali, Repubblica e Stampa – e difficoltà per il gruppo Rcs, che tra l’altro ha da poco ceduto il settore libri Rizzoli ai maggiori concorrenti, Mondadori. Cairo ha commentato le adesioni alla sua offerta dicendo: «Io guardo i numeri, sono 48,8% di adesioni contro il 37,7%. Mi sembra che sia una bella differenza, di questo sono contento. […] La vera vittoria non è questa, è quella da fare in azienda. Un grande lavoro di sviluppo, efficienza, di valorizzazione delle risorse» [4].

 

Il 15 luglio della finanza italiana potrebbe essere ricordato dunque come la disfatta dell’ultimo salotto buono. Con Urbano Cairo, l’editore dei settimanali nazionalpopolari, che espugna il fortino di Mediobanca nel quale sono asserragliati Alberto Nagel, Marco Tronchetti Provera, Carlo Cimbri, Diego Della Valle e Andrea Bonomi. L’establishment che, con un certo snobismo, ha cercato di evitare fino all’ultimo che un venditore di pubblicità che si è fatto le ossa con il Silvio Berlusconi delle tv potesse mettere le mani sull’istituzione Corriere della Sera. Ma gli azionisti Rcs hanno scelto l’imprenditore che si è fatto da solo e che negli ultimi anni ha regalato dividendi e non perdite ai propri soci. Bonomi dall’alto delle sue operazioni azzeccate nel private equity ha cercato di far dimenticare l’indimenticabile, cioè l’operazione Recoletos e quasi dieci anni di perdite a bocca di barile. Con il corollario di Della Valle che inveisce contro il patto di sindacato e contro i padroni della Fiat ma poi si siede al tavolo con Nagel e John Elkann per spartirsi l’ultimo cda [5].

 

Pons: «“Urban cowboy”, così l’hanno soprannominato alcuni suoi collaboratori, si è gettato nella mischia seguendo il suo istinto ma con la razionalità del buon padre di famiglia. Il suo merito è di aver scelto i compagni di viaggio più giusti per un’avventura di questo tipo. Il primo a dargli fiducia è stato Gaetano Micciché, ad di Banca Imi, che ama definirsi il banchiere dell’economia reale, forse per distinguersi dai banchieri d’affari di piazzetta Cuccia. Convinto che per risolvere i guai di via Solferino ci volesse un solo padrone, meglio se anche editore, Micciché ha portato Cairo al cospetto di Giovanni Bazoli, per anni il garante degli equilibri al Corriere su investitura dell’Avvocato Agnelli. E l’ottantenne Bazoli, dopo aver incassato i dinieghi di Rocca, Pesenti e dello stesso Bonomi per la sostituzione della Fiat, ha fiutato che Cairo potesse essere l’uomo giusto per rompere l’egemonia di Mediobanca» [5].

 

Cairo ha promesso di portare il margine operativo lordo del gruppo integrato – le sue riviste, La7, Corriere della Sera, La Gazzetta dello Sport, i periodici della ex Rizzoli: a proposito, è per caso il gruppo editoriale più grande d’Italia? – a 215 milioni nel 2018 con ricavi complessivi a 1.340 milioni e di raddoppiare così il valore dell’investimento per chi ha creduto nel progetto. Non sarà facile, perché Rcs parte comunque con una zavorra di quasi 400 milioni di debito [6].

 

In Rcs adesso inizia la fase-due. Entro l’estate, Cairo e i suoi advisor intendono convocare l’assemblea straordinaria della casa editrice proprietaria del Corriere della Sera per avviare il progetto di fusione con la Cairo Communication e soprattutto per definire il ricambio del consiglio d’amministrazione. Montanari: «L’editore piemontese ha già detto che punta a prendere le redini della gestione operativa dell’azienda: “Non c’è tempo da perdere”. In questi casi, la velocità è tutto. E lui che in un anno ha risanato La7 (spegnendo pure le luci negli uffici e non solo) sa come fare. In Rcs le migliaia di dipendenti sono già allertati. I manager dell’area Corporate in maniera particolare. Non è un segreto che Cairo ami fare il suo mestiere da solo. Al massimo a fianco di storici e fidati dirigenti» [1].

 

E i giornalisti? A domanda diretta Cairo non ha voluto sbilanciarsi, spiegando che il suo principio generale è sempre stato quello di non tagliare posti di lavoro aggiungendo però che «prima di assicurarlo devo entrare nella società e capire bene i conti». Chi sembra poter dormire sonni tranquilli è l’attuale direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, che secondo Cairo «è bravo» e quindi dovrebbe rimanere [7].

 

E cosa si aspetta Rcs dal metodo Cairo? Intanto, come detto, non si preannuncia un lungo futuro in via Rizzoli per l’attuale cda del gruppo oggetto di critiche da parte di Cairo e finora guidato dall’ad Laura Cioli. Poi, il patron del Torino si metterà a controllare di persona, fattura per fattura, i conti del gruppo, sforbiciando forse qualche spesa accessoria a svantaggio di alcuni dipendenti. Ma soprattutto partirà il programma di sinergie carta stampata-tv (già prevista la promozione del Corriere della Sera con una campagna pubblicitaria su La7), quello per il rilancio dei periodici (amatissimi da Cairo) e quello della valorizzazione degli eventi sportivi (gran fonte di ricavi) [8].

 

Follis: «Sicuramente una delle direttrici seguite sarà la focalizzazione sui periodici femminili e generalisti (“Oggi ha un brand fantastico, non può vendere solo 110mila copie. Sette può diventare un magazine di tendenza”). L’obiettivo sarà liberare le potenzialità che secondo Cairo Rcs non ha saputo sfruttare. “Negli ultimi anni i quotidiani hanno ridotto le pagine e le tirature. Non è vero che la gente non vuole più leggere i giornali, solo li vuole di maggiore qualità e pagarli di meno”. Secondo Cairo, i settori su cui far leva in Rcs non mancano, dall’editoria spagnola (El Mundo) al Giro d’Italia, più volte citato come esempio di business non sfruttato, tanto da definire la gestione del Giro “una priorità” visto che “oggi fattura solo 25 milioni contro i 110 del Tour de France, anche se entrambi gli eventi sono visti in più di 160 paesi”» [7].

 

La vittoria di Urbano Cairo nella sfida per la conquista del Corriere della Sera è l’ultimo capitolo di una lunga storia di passaggi di mano e scontri per la scalata al primo quotidiano italiano, fondato nel febbraio del 1876. Nel 1974 la proprietà della casa editrice passò dalla famiglia Crespi ai Rizzoli. Dall’anno prima anche gli Agnelli erano entrati nell’azionariato con una quota di minoranza poi ceduta a Rizzoli e ricomprata negli anni Ottanta. Travolto dalle vicende legate al dissesto del Banco Ambrosiano e allo scandalo P2, il capitale del quotidiano cambia di nuovo indirizzo e nel 1984 vede entrare una cordata composta dal gruppo Agnelli, Mediobanca, l’allora Montedison e la finanziaria Mittel che ruotava intorno a Giovanni Bazoli [9].

 

Da allora è stato un lungo ripetersi di cambiamenti negli assetti – compreso l’ingresso nell’azionariato dei Romiti che usciranno definitivamente da via Solferino nel 2004 – e di assalti e difese al Corriere culminati con la più celebre e violenta battaglia, ovvero la fallita scalata di Stefano Ricucci, finita nell’estate del 2005 dopo lo scandalo dei «furbetti del quartierino». L’ex immobiliarista della provincia romana cominciò a comprare pacchetti del gruppo editoriale fino ad arrivare vicino al controllo della società, ma nel salotto buono della finanza italiana non entrerà mai. Il patto d’acciaio tra Bazoli e Cesare Geronzi, infatti, restò ben saldo e alla fine la partecipazione fu ripartita tra i partner istituzionali del patto di sindacato e Giuseppe Rotelli, il re della sanità lombarda scomparso nel 2013 [9].

 

Tra tensioni, consultazioni del patto tra soci, avvicendamenti alla guida e piani strategici che non riescono a invertire una traiettoria di crisi, si arriva alla svolta di via Solferino: nell’estate 2013, dopo un acceso dibattito che investe anche i giornalisti del quotidiano, i soci vengono chiamati a ricapitalizzare con 600 milioni di euro il gruppo, gravato da 800 milioni di debiti legati soprattutto all’acquisto nel 2007 della spagnola Recoletos. A distanza di pochi mesi dall’operazione lo strappo: il patto di sindacato che lega soci storici come Fiat, Mediobanca, Pirelli, Intesa Sanpaolo, Generali e la famiglia Merloni, in possesso di oltre il 60% del capitale, viene disdetto. A quel punto sotto la guida del nuovo amministratore delegato Pietro Scott Jovane parte un imponente piano di dismissioni volto a tagliare il debito. Vengono così venduti pezzi pregiati del gruppo come i libri francesi Flammarion, la sede storica di via San Marco e di via Solferino, il 44,45% di Finelco (Radio 105, Radio Monte Carlo, Virgin Radio Italia e Virgin Radio Tv) e, infine, la Rcs Libri che finisce nelle mani del gruppo Mondadori della famiglia Berlusconi [10].

 

L’ultimo terremoto risale a pochi mesi fa: nel marzo scorso il socio storico Fca annuncia a sorpresa l’addio alla casa editrice del Corriere della Sera, lasciando di fatto il gruppo senza un padrone. All’inizio di aprile Cairo, da sempre sostenitore della necessità di un editore puro per Rcs, fa la sua mossa. Tre mesi dopo si prenderà tutto. Renzi adesso ha un modello da seguire.

 

(Apertura a cura di Francesco Billi)

 

Note: Andrea Montanari, MilanoFinanza 16/7; [2] Fiorina Capozzi, il Fatto Quotidiano 15/7; [3] Lettera43.it 15/7; [4] il Post 16/7;  [5] Giovanni Pons, la Repubblica 16/7; [6] Antonella Olivieri, Il Sole 24 Ore 16/7; [7] Manuel Follis, MilanoFinanza 16/7; [8] Marco A. Capisani, ItaliaOggi 16/7; [9] F.Q., il Fatto Quotidiano 15/7; [10] Il Foglio 11/4.

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