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È morto Gianni Cervetti, il comunista che chiuse con Mosca
Aveva 92 anni. Studiò economia in Urss e fu responsabile organizzativo del Pci con Berlinguer. Intervistato più volte dal Foglio, parlò dei finanziamenti sovietici al partito, di Draghi, dei grillini e della “lingua da latrina” di Travaglio
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7 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 12:17 PM

Un'immagine d'archivio di Gianni Cervetti insieme con l'avvocato Iannuzzi, nell'aula del palazzo di giustizia di Milano (foto Ansa)
È morto Gianni Cervetti. Aveva 92 anni. È stato uno degli ultimi dirigenti storici del Pci, un uomo che ha attraversato tutta la grande vicenda del comunismo italiano: da Togliatti a Berlinguer, dalla fedeltà sovietica alla lunga emancipazione occidentale del partito.
Milanese, nato nel 1933, iscritto al Pci dal 1949, Cervetti studiò Economia a Mosca negli anni del disgelo kruscioviano e lì conobbe la futura moglie Franca Canuti. Rientrato a Milano nel 1961, negli anni Settanta fu segretario del Pci milanese e poi responsabile organizzativo nazionale nella segreteria di Enrico Berlinguer. Fu deputato, parlamentare europeo, memorialista e co-fondatore dell'orchestra Verdi di Milano, di cui era presidente emerito. Fu soprattutto uno degli uomini che contribuirono a recidere il legame economico e politico tra il Pci e l’Unione Sovietica, accompagnando la svolta autonomista del comunismo italiano.
Cervetti era anche uno degli ultimi testimoni di una sinistra che pensava la politica come gravitas, come disciplina, come senso dello stato. Amico di Giorgio Napolitano, vicino alla tradizione migliorista, negli ultimi anni aveva continuato a intervenire nel dibattito pubblico con giudizi taglienti.
In una intervista al Foglio, Cervetti parlò del suo ruolo di “uomo dei rubli”. Fu lui stesso, dopo la fine del Pci, a ricostruire quel rapporto antico con l’Unione Sovietica: “Raccontai tutto perché ritenni una sorta di dovere quello di riflettere sinceramente sulla nostra storia. Per poterne trarre anche delle conclusioni”. Ogni anno, spiegò, andava a rappresentare le esigenze del Pci davanti a Boris Ponomariov, il dirigente sovietico incaricato dei rapporti con i partiti comunisti stranieri. “Noi eravamo finanziati dall’Urss. La Dc prendeva soldi dagli Usa. In Italia persino le scissioni sindacali si sono fatte con i quattrini stranieri”. Era l’epoca della guerra fredda, quando la politica italiana era immersa in un sistema di influenze internazionali: “Si viveva in un contesto di subordinazione e di condizionamento fortissimi per la nostra democrazia”.
Poi venne la svolta di Berlinguer e il distacco da Mosca: “Avemmo la forza o il buon gusto di concludere un rapporto antico perché si riteneva che i sovietici non dovessero più in nessun modo influenzare l’azione politica che si stava facendo”. Non a caso, ricordava Cervetti, la rinuncia ai finanziamenti sovietici coincise con una svolta politica: Berlinguer arrivò a garantire la possibilità di costruire “il socialismo nella libertà” e accettò la Nato. In quell'intervista emerse anche il suo giudizio sulla questione dei presunti fondi russi alla Lega di Matteo Salvini. Cervetti rifiutava i paragoni: “Sono storie completamente diverse. Contesti diversi. Mondi imparagonabili”. Ma non negava il punto politico di fondo: “Di sicuro c’è che una democrazia finanziata dall’estero è una democrazia condizionata”.
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In un’altra intervista al nostro giornale, nei giorni della crisi del governo Draghi, l'ex dirigente del Pci attaccò Giuseppe Conte e il Movimento 5 stelle. “Scorrono già nella mia mente le immagini del disastro. Guerra, inflazione, energia, razionamenti”. L’Italia, disse, aveva avuto “la grande fortuna di trovare una guida solida”, anzi due: Draghi e Mattarella. “Negli ultimi mesi all’estero si diceva: ‘e però hanno Draghi e Mattarella’. Siamo sempre il paese dei dimezzati”. Sulla politica del capo dei 5 stelle il giudizio fu secco: “È impotenza. Il contismo è l’impotenza al potere”. E su Conte: “Ha innescato qualcosa di cui non capisce neppure lui le ragioni”. Ancora più duro il giudizio sui grillini: “Li guida uno sciagurato e loro stessi sono degli sciagurati”. Per Cervetti il Pd avrebbe dovuto chiudere ogni rapporto con il M5s: “Il Pd non deve mai più avere a che fare con il M5s. Deve allontanarsi dagli sciagurati. La sinistra è un’altra cosa. I grillini sporcano tutto quello a cui si avvicinano”.
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In una terza conversazione con il Foglio, Cervetti criticò Marco Travaglio dopo gli insulti a Mario Draghi pronunciati a una festa di Articolo Uno. Disse che Travaglio “non andrebbe invitato ma solo aiutato”. Per l'ex Pci, quella di Travaglio era “la lingua dell’intimidazione”, “il contrario di tutto quello che è la sinistra”. La definì “lingua da marciapiede” e poi “lingua da latrina”. Spiegò: “Il giornalista che ricorre alla parolaccia è sempre un giornalista dal pensiero collassato. La parolaccia è la fase terminale del pensiero”.
Alla domanda se Travaglio interpretasse davvero una parte della sinistra, rispose: “Interpreta la caciara e un giornalismo pigro, di scarsa qualità”. E respinse anche il paragone con Indro Montanelli: “Quella è la bestemmia massima. Sono certo che Montanelli, un allievo del genere, lo avrebbe inseguito insultandolo”. Per lui la sinistra doveva stare dalla parte di Mattarella e Draghi e chiudeva l'intervista osservando che: “La grande battaglia del nostro tempo è ormai questa: sobri contro invasati”.
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