“Desiderio di vita”. L'arcivescovo Delpini e i riti di Ambrogio contro i rancorosi

Il rituale cristiano per un uomo “contento” senza le “3 bussate” degli imperatori d’Asburgo. I gesti ambrosiani che hanno accolto il Cav. durante la celebrazione delle esequie
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15 JUN 23
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Il rituale delle tre bussate, necessario ai defunti imperatori del Sacro romano impero per farsi aprire la porta della Cripta dei Cappuccini, non si celebra nella chiesa di Ambrogio e Carlo. A Vienna a ogni bussata l’anima cristiana si spogliava con umiltà di nomi e titoli del potere mondano per confessarsi, all’ultima, “un povero e miserabile peccatore”. E allora la porta della Giustizia divina e dell’umana sepoltura si apriva. Il portale centrale del Duomo di Milano si era già spalancato nel Sole della piazza, non proprio di asburgica compostezza, quando è arrivata l’automobile e il feretro di Silvio Berlusconi, sotto un cofano di rose rosse e bianche, ha varcato la soglia. Come un qualsiasi defunto, come qualsiasi peccatore al quale la chiesa di Ambrogio e Carlo riserva un’accoglienza particolare, secondo la sua tradizione, che profuma già di incenso e perdono sulla soglia spalancata. La piazza piena di Sole e un po’ sgangherata, tra bandiere di Forza Italia e del Milan, tra applausi improvvisi e grida da stadio “c’è solo un presidente!”, possedeva però il segreto di una vera commozione, di lacrime furtive e sincere: il rito popolare di una religione televisivizzata che al defunto non sarebbe spiaciuta affatto. In attesa di un rito religioso, antico e per nulla formale.
Funerali di stato, lutto nazionale perfino, e bandiere da stadio e cori da convention di Forza Italia. I megaschermi. Tutto l’armamentario rituale e irrituale che aveva suscitato riprovazioni e sdegni preventivi, ripetuti ieri in diretta dai commenti odiografici dei social dei milanesi indignati del “non sta succedendo niente”, mentre i milanesi veri si fermavano sui marciapiede al passare dell’auto scura, chi salutava e chi addirittura si segnava. Al passaggio del Pubblico Peccatore, signora mia. Varcata la soglia del Duomo, mentre il coro della Cappella salmodia le litanie dei santi e il Kyrie s’alterna a Mendelssohn, diverso e più intenso è il significato di tutto. Non si bussa per entrare, santo o peccatore che tu sia stato. Del resto questo è il Duomo del popolo di Milano, costruito fede su fede, dolore su dolore e peccato su peccato; nei suoi libri mastri sono ancora annotati i nomi di chi ha donato un soldo o un giorno di lavoro, e oltre ai nobili e ai cittadini perbene è pieno di poveracci, ladruncoli, peccatori e pubbliche peccatrici. Nel rito ambrosiano tutti i defunti vengono posti sulla nuda terra, qui un semplice tappeto a coprire il marmo, con i piedi rivolti all’altare: quasi un atto di disponibilità al farsi accogliere. L’aspersione con l’acqua benedetta e l’incensazione del defunto avvengono subito, all’inizio della celebrazione, e sostituiscono l’atto penitenziale. Quasi a dire che non servono nemmeno le “bussate” penitenti per essere accolti nella casa del Signore e avviati al giudizio di Dio.
Sembrano dettagli di poco conto, e non lo sono. Ma nel caso di Silvio Berlusconi, il reprobo che anche secondo alcuni cattolici, più vendicativi che misericordiosi, era troppo “divisivo” per tanta pompa e cordoglio, quei gesti d’accoglienza assumono un significato persino amplificato. Così come hanno un significato grande le straordinarie parole, così ambrosiane, cioè, dell’omelia dell’arcivescovo Mario Delpini. Che avranno deluso i non pochi che, falliti tutti i giudizi mondani, aspettavano almeno di sentire risuonare sotto le arcate gotiche le sentenze della condanna di Dio. Classicista e umanista, Delpini sa modulare la sua prosa con sapienza retorica. Ama l’anafora, la ripetizione della parola e del concetto per far scendere il senso delle cose lieve e preciso nei cuori e nelle menti. E ieri, con dolce energia, ha scandito un ritratto umano, e per nulla “ troppo” umano: “Vivere. Vivere e amare la vita. Vivere e desiderare una vita piena”. “Amare ed essere amato. Amare e cercare l’amore. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di amore, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento”. E ancora: “Essere contento. Essere contento e amare le feste. Godere il bello della vita… Essere contento e desiderare che siano contenti anche gli altri. Essere contento di sé e stupirsi che gli altri non siano contenti”. E poi, perché fosse più chiaro: “Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari.… Quando un uomo è un uomo politico, allora cerca di vincere… Quando un uomo è un personaggio, allora è allora è sempre in scena. Ha ammiratori e detrattori. Ha chi lo applaude e chi lo detesta”. Per poi concludere: “Che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? E’ stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento.… E’ un uomo e ora incontra Dio”. Anafore che valgono più di tre bussate, anche se qualcuno non sarà contento. Perché, ha detto il saggio Delpini, “essere contento di sé” è anche e “stupirsi che gli altri non siano contenti”.