A mani nude contro le balle

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Qualcuno se ne lamenta, ma pochi. E solitamente puntando sui bersagli sbagliati. La bellissima storia del pesce d’aprile sulla nascita di Venezia (ne raccontava ieri Gian Antonio Stella sul Corriere) è istruttiva. Ad alcuni ottimi studiosi di storia e manoscritti l’idea di divertirsi via social con la “scoperta” di documenti inoppugnabili sulla fondazione della città “proprio il 25 marzo 421” è venuta anche per mettere alla berlina tutti quelli che vorrebbero “prove documentate” per una data che è ovviamente mito e leggenda. Il punto è capirla, la storia. Il fatto che la data sia falsa non rende meno vero il fatto che Venezia esista, come esiste Roma. Miti appunto. Ma se pure fossero falsi riconosciuti? C’è ancora chi si straccia le vesti per la Donazione di Costantino, incurante del fatto che quando fu scritta il potere temporale della chiesa esisteva davvero, da oltre mille anni. Tutto questo mentre invece le vere macchine del falso girano a pieno regime (non esiste solo QAnon) eppure porzioni ampie dell’opinione pubblica e persino comunicatori professionali si interrogano, con liberalità, sul diritto di parola dei fabbricatori di menzogne. Ieri Peter Gomez sul Fatto, dove di mockumentary giudiziari se ne intendono, si è detto contrario alla chiusura da parte di YouTube del canale Byoblu, individuato come diffusore di fake news. Dice Gomez volterrianamente: io non lo condivido, ma c’è un’aria di censura che non mi piace.
L’assedio che subiamo da parte di verità spacciate per tali e che sono invece falsità o propaganda è drammatico, e si gioca su temi enormi come la libertà d’espressione e la necessità di controllo di ciò che viene dato in pasto a platee spesso di sprovveduti (ma anche di provveduti che non lo erano: i peggiori). Dalla virologia alla politica, è una battaglia cruciale. Ma pure la cosiddetta arte, anche nella sua accezione più banale di spettacolo ed evasione, dovrebbe ogni tanto misurare la gittata delle proprie armi di distrazione di massa, Leonardo a parte. Bastardi senza gloria è un raffinato divertissement allostorico nella forma dei film e dei fumetti di guerra. Peccato che molta gente, ignara di contaminazione dei generi, lo abbia preso per un film storico. Così oggi girano indisturbati migliaia di ragazzi convinti che Hitler sia stato ucciso in un teatro in Francia da un commando di supereroi. Poi come fai a spiegargli Auschwitz? Il tema della responsabilità verso la verità, o almeno il rispetto dei fatti, è acqua che passa da tutti i buchi. Così complicato che verrebbe quasi voglia, pilatescamente, di lavarsene le mani.
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"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"