Storia di Ksenia, che fa campagna contro Putin, e del volantino in cui si offrono servizi sessuali

Fare opposizione al presidente russo è un’attività che distrugge la vita

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

21 Novembre 2017 alle 06:20

Storia di Ksenia, che fa campagna contro Putin, e del volantino in cui si offrono servizi sessuali

Ksenia Pakhomova

Qualche giorno fa, sul sito di Human Rights Watch è stato pubblicato un articolo che racconta la storia di una ragazza di ventitrè anni, Ksenia Pakhomova, che guida l’ufficio della campagna elettorale di Alexei Navalny a Kemerovo, un centro industriale nella Siberia sudoccidentale. Navalny, come si sa, è il nemico numero del putinismo: molti commentatori continuano a sostenere che trattarlo come un idolo della dissidenza in Russia sia eccessivo e che, se guardassero da vicino il suo pensiero, le “anime belle” dell’antiputinismo troverebbero di che arricciare il naso, ma intanto Navalny entra e esce dal carcere, i suoi alleati e collaboratori subiscono intimidazioni e arresti. Al di là della guerra di propaganda, fare opposizione a Vladimir Putin è un’attività che distrugge la vita. La storia di Ksenia Pakhomova è lì a dimostrarlo – la sua e quella di molti altri che lavorano alla campagna elettorale di Navalny (si candida alle elezioni del prossimo anno), la sua e quella di chi critica il regime. Human Rights Watch racconta che la Pakhomova ha iniziato a operare con Navalny nell’agosto scorso e da allora sono accadute alcune cose. La nonna settantenne della ragazza lavora in un museo locale, e all’inizio di ottobre il supervisore del museo le ha detto che il suo impiego era molto in bilico, a meno che non fosse riuscita a convincere la nipotina a “smettere di partecipare alla vita politica”.

 

Il supervisore ha fatto capire di non avere molte alternative: le pressioni da parte del comune, che gestisce il museo, erano molto forti. Qualche giorno dopo, il fidanzato di Ksenia è stato espulso dalla sua università. Aleksander Stepantsov ha una borsa di studio presso l’ateneo dove sta studiando per un master, ed è stato cacciato perché non ha completato un paper che, secondo l’università, gli era stato commissionato: peccato che né lui né i suoi compagni di corso ne fossero al corrente (una petizione studentesca è riuscita a ribaltare la decisione dell’ateneo). La madre di Ksenia, Natalia, è stata licenziata all’improvviso da direttrice di una scuola locale: lavorava lì da due settimane e mezzo. Motivazione: molti genitori si sono lamentati di lei, ma Natalia sostiene che in una conversazione privata le è stato detto che il problema è l’attività politica di sua figlia. La signora ha presentato causa per licenziamento senza giusta causa, ed è in attesa, disoccupata. La stessa Ksenia, ad agosto, è stata convocata dall’ufficio regionale dell’Fsb, e lì le sono state fatte molte domande su un suo collega che lavora come lei presso la campagna di Navalny. Qualche settimana più tardi, sono stati affissi su alcuni palazzi e ad alcune fermate dell’autobus di Kemerovo dei volantini con la foto di Ksenia, il suo numero di telefono e la scritta: “Offre servizi sessuali”.

 

Secondo Human Rights Watch e altre ong, intimidazioni e minacce sono una consuetudine per chi è contro Putin e il suo regime: ci sono molte testimonianze, in giro per il paese, e a ogni assembramento più grande della media gli arresti sono automatici. Solita propaganda antirussa? C’è un grande partito filoputiniano in occidente che continua a ripetere che l’opinione pubblica è malata di russofobia e che il processo di isolamento della Russia finirà per ritorcesi contro gli interessi stessi dell’Europa e degli Stati Uniti. Lo stesso vale per il sistema di propaganda creato dalla Russia con l’unico scopo di destabilizzare l’occidente. Il partito realista dice che poco importa, che con Mosca bisogna comunque parlare e accordarsi (anzi questo partito da tempo celebra spiragli di collaborazione in Siria che non ci sono mai stati, basta guardare un attimo la cartina geografica, è piuttosto evidente). Ma la storia di Ksenia dimostra ancora una volta che l’ideologia c’entra fino a un certo punto, che la grande differenza – inconciliabile – tra Mosca e le capitali occidentali è la libertà, che fare opposizione in Russia non si può, si finisce con i parenti senza lavoro e con la reputazione da escort, che a mettersi contro il regime si rischia grosso. Non da ora, da molti anni.

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Commenti all'articolo

  • Beresina

    Beresina

    21 Novembre 2017 - 11:11

    tutto vero. io non ho nessuna illusione sulla realtà del regime di Putin. mi domando solo: perché non c'è altrettanta rigidità verso la cina, o l'Arabia Saudita o tutti gli altri numerosi paesi che non rispondono ai criteri democratici occidentali? Il problema non è di essere a favore o contro Putin. il problema è di fare una politica estera dettata anzitutto dai nostri interessi, come in effetti facciamo ad esempio, senza che nessuno protesti, nei confronti della Cina. Giovanni Ceruti

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  • fabriziocelliforli

    21 Novembre 2017 - 11:11

    Non rimpiango anche per questo la mancata ammissione ai mondiali di calcio in Russia..un bello staterello ..non c'è che dire..

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  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    21 Novembre 2017 - 09:09

    Ci stiamo organizzando anche noi in occidente anche se l'opposizione che si vuole impedire e' quella al pensiero delle elite e non tanto quella al governo pro tempore.

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