La Brexit di Johnson

Siamo a Manchester, ascoltiamo gli Oasis invece che star dietro alle liti (sempre uguali) della famiglia Tory

3 Ottobre 2017 alle 06:02

La Brexit di Johnson

Foto LaPresse

Le riunioni di famiglia si aprono spesso con grandi sorrisi, la speranza di non tirarsi dietro le ciabatte, l’aspirazione di sembrare tutti credibili e appassionati nelle promesse di unità. La riunione di Manchester dei conservatori inglesi non fa eccezione, come ha detto un parlamentare al Financial Times: “Possiamo star qui a impegnarci per rovinare ogni cosa, o possiamo non farlo”. La scelta è semplice, ma la famiglia è complicata e così, tra i tanti caffè e i molti bicchieri di vino bianco (va moltissimo il bianco), la questione più dibattuta è: Theresa May, la premier, licenzierà Boris Johnson, ministro degli Esteri nonché disruptor in chief? Che noia, direte voi, non c’è davvero altro di cui parlare? Molti si auguravano che l’ego biondo non prendesse in ostaggio la riunione, a partire dalla May ovviamente, ma Johnson domenica ha rilasciato un’intervista al Sun in cui fissa alcune “linee rosse” sulla Brexit che non combaciano affatto con il discorso del premier a Firenze, e così siamo da capo. Anzi, forse un po’ più indietro: perché da questa lite di famiglia permanente non ci guadagna nessuno – non il governo, non i golpisti, non i negoziatori per l’uscita dall’Ue, non gli inglesi – se non il leader del Labour, Jeremy Corbyn, che passa come l’uomo di più grande successo del Regno Unito, pure se il suo partito non vince un’elezione dal 2010.

 

La prima standing ovation, domenica a Manchester, è stata riservata alla leader dei Tory scozzesi, Ruth Davidson, che sulla Brexit dà battaglia alla May, ma che detesta Johnson più di ogni altro: il suo appello all’unità è stato persuasivo (e lei sul palco è eccezionale). Ieri il ruolo di collante è toccato a Philip Hammond, cancelliere dello Scacchiere che pure ha un rapporto complicato con la sua premier: Hammond ha detto di non aver mai mandato messaggi a Johnson schierandosi con lui per un eventuale cambio di leadership dei Tory. Si è chiacchierato a lungo di questo endorsement, ma la rivalità tra il cancelliere e il ministro degli Esteri è profonda, e Hammond – che ha precisato: siamo tutti impiegati nel governo a discrezione della May, e nessuno è illicenziabile – preferisce occuparsi del “marxista” Corbyn e della sua prospettiva di governo che “impoverirà” il Regno, piuttosto che dare altra visibilità indiretta a Johnson.

 

Schivare il ministro non è però facile. Ci si prova, persino i cameroniani hanno siglato la settimana scorsa un patto di non belligeranza interno al partito: non che siano pericolosi, gli eredi dell’ex premier sfasciato dalla Brexit, ma sono comunque gli ultimi ad aver avuto un successo elettorale (insperato tra l’altro, quindi ancora più galvanizzante) nel 2015 e i custodi dell’ispirazione liberale del partito. Meglio averli come amici, insomma. E anche il più cattivo di tutti, George Osborne, ora direttore dell’Evening Standard, non è andato a Manchester: senza troppa acrimonia, si dice, anche perché dopo aver dichiarato di voler attaccare la May finché non la fa a pezzi e la mette nel freezer è difficile andare oltre. Osborne non voleva creare altre risse, lui che quando era al governo spese tantissime energie per arginare e controllare “il biondo”, cioè Johnson, e che sa quanto possa essere ingestibile (il giornale di ieri era comunque tutto dedicato a Boris e alle liti che oscurano i lavori della conferenza, oltre che al fallimento della Monarch Airlines, una di quelle notizie-presagio che vien da toccare ferro).

 

Chi poteva ha cercato di creare le condizioni per una riunione di famiglia pacifica, ma a volte la tavola apparecchiata a festa e i sorrisi ostentati – al Midland Hotel, il mitico albergo dove si incontrarono Charles Rolls and Frederick Royce prima di lanciare la loro azienda di automobili – non bastano, non curano, non salvano. E l’unica soluzione pare quella invocata dal Sun, che tutto il resto dell’anno alimenta le faide e ora invece scrive (dopo aver intervistato Johnson, in ogni caso): siamo a Manchester, l’unica cosa che vale è ascoltare gli Oasis: “Don’t look back in anger”. Almeno fino a oggi, quando il palco sarà di Boris, e forse, lui che ha il senso dello spettacolo, risponderà alla domanda più interessante: vuoi essere licenziato, sì vero?

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