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Quando conteremo i voti di Corbyn scopriremo a quanti piace farsi corteggiare al buio

La voglia di emulare il trumpismo è molto alta. Nel mondo laburista circolano numeri diversi rispetto a quelli mainstream

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

30 Maggio 2017 alle 06:00

Quando conteremo i voti di Corbyn scopriremo a quanti piace farsi corteggiare al buio

Il leader laburista Jeremy Corbyn (foto LaPresse)

Le campagne elettorali sono un lungo corteggiamento in cui ogni mossa viene registrata e controllata e sottoposta al giudizio degli altri, c’è poco margine di errore, e piuttosto è necessario il massimo sforzo per apparire più luccicanti di quel che si è realmente. Dopo, dato il primo bacio con il voto, si vedrà, tanto nessuno luccica per sempre, ci sarà tempo per adattarsi al nuovo amore – e comunque prima o poi si rivoterà. Intanto però, durante il corteggiamento, non si può abbassare la guardia.

  

I nemici peggiori dei corteggiatori elettorali, negli ultimi tempi, sono diventati i giornalisti, che sono come quegli amici (o quelle madri) che ripetono: no guarda, questo qui proprio non fa per te. Lo vedi come è goffo, le senti le cose che dice, ti è chiaro che finge, sì? Certi commenti sono invincibili, si sa. È il motivo per cui sempre più spesso i leader politici vogliono decidere da chi farsi seguire, a chi consegnare le chiavi per raccontare la storia del loro corteggiamento. Donald Trump, disruptor elettorale come ce ne sono stati pochi, iniziò già durante le primarie a rifiutare accrediti ai giornalisti antipatizzanti, e poi non ha mai smesso: oltre a inveire contro i “fake media” appena possibile, il presidente americano ha anche modificato le regole delle sue conferenze stampa alla Casa Bianca, al punto che spesso la parola viene data a rappresentanti di outlet d’informazione sconosciuti o quasi (diremmo fake, ma poi si cade nella trappola e quindi è meglio non dare giudizi). Jeremy Corbyn, leader del Labour che sta vivendo un attimo di insperata felicità nella campagna elettorale britannica che sembrava irrimediabilmente a senso unico (il senso tutto blu dei conservatori), ha adottato una strategia simile a quella trumpiana, che a giudicare dalla ripresa forse sta anche funzionando.

  

I media tradizionali inglesi non vengono accreditati agli eventi del Labour, o almeno non tutti: sappiamo già che cosa scriveranno, indipendentemente da quel che accade, dicono i corbyniani, perché invitare il Sun o il Telegraph se sai già che diranno che siamo il male? Tanto vale che la comunicazione dei nostri appuntamenti la gestiamo noi, o con alcuni giornalisti che almeno ci lasciano il beneficio del dubbio, o con video e resoconti gestiti da noi. Si narrano le prodezze di alcuni reporter del Mirror, giornale amico, che si avventurano in solitaria a eventi sperduti e naturalmente, trovandosi da soli, ottengono un accesso inimmaginabile al team corbyniano. Il calcolo è rischioso: se non ci sono i narratori si rischia che nessuno si accorga della storia, o che se ne accorgano soltanto quelli che già votavano per il Labour, compromettendo così la possibilità del partito di ampliare la propria base. Ma i corbyniani, che sono un po’ permalosi, dicono di non preoccuparsi dell’eventualità del deserto informativo: meglio comunque un articolo antipatico di meno. La voglia di emulare il trumpismo è molto alta, ed è per questo che nel mondo laburista circolano numeri diversi rispetto a quelli mainstream: a fare la differenza saranno i giovani mobilitati dal corbynismo e quelli che solitamente non vanno a votare, cioè “gli incalcolabili”. Se mai Corbyn dovesse avere ragione e ottenere un risultato superiore alle aspettative, scopriremo le potenzialità di quell’obbrobrio del corteggiamento al buio, con sorpresa finale – la tomba dell’amore.

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