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Si vota con il cuore o con la testa? Il taccuino di un giornalista embedded in Iowa fa preoccupare

26 Gennaio 2016 alle 06:27

Si vota con il cuore o con la testa? Il taccuino di un giornalista embedded in Iowa fa preoccupare

Trip Gabriel vive da un anno in Iowa. E’ stato mandato lì dal suo giornale, il New York Times, in pianta più o meno stabile, nel dicembre del 2014 per un esperimento: raccontare il primo stato in cui si vota per le primarie americane – stato cruciale, perché si dice che qui si stabilisce il “mood” di tutta la campagna elettorale, anche se non è del tutto vero, o non è del tutto detto – con un anno di tempo a disposizione. “Sembri un pochino midwestern – gli disse Carolyn Ryan, capo della sezione politica del quotidiano newyorchese – Sono sicura che ti troverai bene”. Gabriel era scettico, andare a vivere in Iowa sembrava più una punizione che un premio, ma decise, come ha raccontato in un suo articolo, di “Enjoy the Exile”, godersi l’esilio. L’affitto non costa tanto, alla celebre Eatery A, quartiere generale di Barack Obama nell’anno magico della vittoria, ha un posto riservato, le persone richiamano quando non possono rispondere al telefono e tutti leggono i suoi articoli (a volte piangono, come quando Gabriel ha scritto che i caucus in Iowa sono sopravvalutati, non c’è alcuna corrispondenza demografica tra i tre milioni di abitanti dello stato e il resto dell’America, e un consulente repubblicano gli ha scritto: “Mi hai ferito”).

 

Questo è il suo momento, e Gabriel lo racconta con l’ironia di uno che sa di essere stato la cavia di un esperimento folle – ci sono giornalisti che seguono i candidati, non giornalisti che seguono un unico stato alla volta – ma si è divertito, perché quando arrivano tutti gli altri, i colleghi che planano nella patria dell’etanolo e si sentono perduti, avere dimestichezza e contatti fa la differenza. Durante le conferenze stampa dei candidati, Gabriel si scambia sguardi complici con i giornalisti locali, festeggia con loro quando tutti se ne vanno, si fa dare “consigli di sopravvivenza” dai colleghi che poi rivende, con fare da esperto, ai membri dello staff dei candidati che, negli ultimi mesi, hanno dovuto lavorare tanto in Iowa. Perché, scriveva ieri Gabriel, “qui ti devi organizzare furiosamente e verso la fine saper diventare ‘hot”. La chiamano “retail politics”, è il porta a porta, devi convincere un elettore alla volta, vale tutto, ogni piccolo incontro, ogni micro rally: in una delle ultime puntate di “The good wife” (la più straziante di tutte, ma l’Iowa non c’entra), basta un tipico panino locale di troppo a far collassare il lavoro di mesi. Le ultime osservazioni sul campo del repoter embedded in Iowa dicono: nel salone del parrucchiere che dà valutazioni tecniche sull’acconciatura di Donald Trump, lavora una signora che non va ai caucus da anni, ma quest’anno parteciperà, e questa è una buona notizia per gli outsider. Pat Rynard, che scrive il blog Iowa Starting Line e nel 2008 faceva campagna per Hillary Clinton, dice a Gabriel di aver visto Bernie Sanders in una palestra e di essere rimasto colpito: “Può davvero vincere, credo che stia di nuovo accadendo tutto come nel 2008” (anche se Obama, nella sua megaintervista a Politico, distrugge chiunque voglia fare un paragone tra lui e Sanders). I sondaggi potrebbero avere ragione: tra una settimana l’establishment dei democratici e dei repubblicani starà piangendo, e hai voglia ad ascoltare gli psicologi prestati alla campagna elettorale più pazza di sempre che dicono: ora si vota con il cuore, poi arriverà la testa, ed è quella che conta. Anche Trip Gabriel lascerà l’Iowa, ha un biglietto per la Carolina del sud, intanto compra gadget elettorali – la spilla “Cats for Trump, the time is meow”– chissà cosa dovremo davvero ricordare di questa campagna.

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