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Il palco senza Hillary, lo spavento, il vuoto e la foto con gli occhialoni che porta via la solitudine

Quando al dibattito dei democratici americani, sabato sera in New Hampshire, il posto di Hillary Clinton è rimasto vuoto, sono quasi svenuta.

22 Dicembre 2015 alle 06:27

Il palco senza Hillary, lo spavento, il vuoto e la foto con gli occhialoni che porta via la solitudine

Hillary Clinton (foto LaPresse)

Quando al dibattito dei democratici americani, sabato sera in New Hampshire, il posto di Hillary Clinton è rimasto vuoto, sono quasi svenuta. Qualche giorno fa avevo visto, con estremo ritardo, la puntata finale dell’ultima stagione della serie tv “The Americans”, in cui ci sono spezzoni del celebre discorso di Ronald Reagan sull’Impero del male. Il primo pensiero che ho avuto, guardando l’ex presidente, è stato: che vecchio che era. Il secondo è stato: ecco come appare Hillary oggi. Poi lei non è ricomparsa al suo posto dopo l’intervallo pubblicitario al dibattito, il podio è rimasto vuoto per un periodo interminabile, e ho cominciato a pensare che fosse malata, che le fosse venuto un colpo, che niente, era finita, eccola qui, la solitudine. Poi ci hanno spiegato, con la solerte alter ego Huma Abedin, che in realtà si è trattato di un inconveniente banale, tecnico, forse sessista: il bagno delle signore era molto più lontano dal palco rispetto a quello degli uomini, e nonostante Hillary fosse stata avvertita di sbrigarsi, ci ha messo il tempo che le serviva ed è rientrata, e gli altri intanto erano andati avanti senza di lei. Nulla di grave, quindi, a parte lo spavento e la solitudine: ve l’immaginate, la campagna elettorale americana senza di lei? Dice: chi c’è da sempre è più inadeguato di chi arriva dal nulla; il clintonismo pesa sulla storia recente americana come un macigno, i nostalgici degli anni Novanta si sentono di nuovo a casa, ma tutti gli altri storcono il naso annoiati (e i ragazzi che voteranno per la prima volta hanno iniziato a leggere quando Monica Lewinsky era già scomparsa, la vedono ora quarantenne e non sanno dire chi è); l’età e l’essere donna e l’avvincente dibattito attorno a questi temi. Ma Hillary è l’unica statista in corsa per le presidenziali, l’unica a essersi già fatta un’opinione sul mondo, che piace o non piace, ma che ha qualche riferimento con la realtà. Si sa che clintonismo fa rima con tatticismo, si sa che essendosi preparata da vent’anni per questo momento, dopo il piagnucoloso fallimento nel 2008, non c’è nulla di spontaneo in quel che dice Hillary, è tutto calcolato, organizzato, predisposto, ma la spontaneità davvero serve per guidare un paese? Poi, lo spontaneo-empatico-scaldatore-di-cuori Obama non è il più grande e gelido calcolatore d’America? Almeno con Hillary sai cosa compri.

 

Sempre su quel palco, sabato sera, la signora Clinton è stata l’unica a dimostrare di avere ancora un po’ di liberalismo interventista incastrato nel cuore. Siamo sempre in area “nostalgia degli anni Novanta”, ma si dà il caso che il momento di massimo successo delle sinistre risale a quel tempo, e che interrogarsi su quel che si pensa dei dittatori, del terrorismo e dei diritti umani è altamente dirimente. Ecco, sul palco delle primarie del Partito democratico d’America, la sinistra cui si ispira buona parte del globo, l’unica a difendere la rimozione dei dittatori che sterminano i loro popoli è stata Hillary (sì, in quei due minuti che non ha passato in bagno). Bernie Sanders, il principale sfidante dell’ex first lady, ha detto che Hillary ha una passione per il regime change, “sono preoccupato che la signora Clinton sia troppo impegnata a pensare al regime change e un po’ troppo aggressiva, al punto che non considera quali possano essere le conseguenze”. E ancora, in un altro passaggio, Sanders ha ribadito: “Ho un disaccordo di base con la signora Clinton: non sono affatto un fan del regime change come penso invece che sia lei”, e ha poi aggiunto: “Possiamo levarci di torno Saddam Hussein, ma poi l’intera regione resta destabilizzata. Possiamo eliminare Muhammar Gheddafi, un dittatore terribile, ma così abbiamo creato un vuoto buono per lo Stato islamico (Sanders votò a favore della missione contro Gheddafi, ndr). Certo, potremo anche togliere di mezzo Bashar el Assad, ma questo creerà un altro vuoto politico, che finirà per agevolare lo Stato islamico. Quindi, yeah, il regime change è facile, eliminare i dittatori è facile, ma prima di farlo, devi pensare a che cosa accadrà il giorno dopo”. Saggezza realista degna di un candidato presidenziale di destra, e infatti, come ricordava ieri in un articolo comparativo la Reuters, Donald Trump e Ted Cruz (che ora sembra addirittura un candidato accettabile) ripetono che gli Stati Uniti non devono neanche minimamente pensare a cacciare dittatori – meglio l’isolazionismo.

 

Hillary Clinton così resta l’unica candidata a dire che “la ragione per cui siamo in questo caos”, in Siria, “la ragione per cui lo Stato islamico ha conquistato il terreno che ora controlla, è il dittatore Assad”, e ancora: “Mi risulta che Assad abbia ucciso almeno 250 mila siriani”, non è proprio un problema minore. E guardando avanti: “So quanto è difficile costruire coalizioni. Penso però che sia un errore chiedere agli iraniani altro aiuto in Siria: è come chiedere a un piromane di dar fuoco ad altro gas. Se gli iraniani sono sempre più presenti in Siria, con i loro legami con Hezbollah, minacceranno Israele e ci renderanno difficile una transizione che a un certo punto dovrà avere a che fare con il futuro di Assad”. Un’idea del mondo, chissà, forse è anche giusta. Intanto passerò le feste a guardare la foto di Hillary con gli occhialoni da sole, la scritta di fianco “Don’t panic, I’m on my way”, la solitudine non c’è già più.

 

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