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Jeanette Rubio si è abituata a stare sola, sorride molto, guida male e fa sognare scenari indicibili

3 Novembre 2015 alle 06:18

Marco Rubio e sua moglie Jeanette si conoscono da quando erano ragazzi, frequentavano lo stesso liceo a Miami, ma soltanto qualche anno dopo il diploma lui iniziò a interessarsi a lei: chiese agli amici di organizzare una serata al cinema, tutti insieme, fece in modo di sederle accanto, e chiacchierò durante tutto il film. “Pensai che fosse un pochino fastidioso”, ha dichiarato Jeanette parecchi anni dopo, con il sorriso impermeabile e la voce calma, ridendo di quel primo, goffo approccio del futuro marito. Uno che cerca di attaccare discorso al cinema non dovrebbe nemmeno essere preso in considerazione, invece Jeanette si lasciò conquistare. Ora che Rubio è candidato alle presidenziali americane nel campo dei repubblicani e le sue quotazioni sono improvvisamente (e giustamente) altissime – il rivale moderato Jeb Bush è vicino al collasso, gli outsider si massacrano tra loro e i big donor occhieggiano complimentosi al giovane senatore della Florida – Jeanette si mostra sempre più al fianco del marito, con il suo passato da cheerleader dei Miami Dolphins a colorare il loro sogno americano (“ho sempre voluto fare il giocatore di football – ha detto Rubio – e ora sono costretto a dire ai miei figli che l’unica tra noi ad aver mai toccato un campo dell’Nfl è la mamma”).
Marco chiese la mano di Jeanette il giorno di San Valentino del 1997 sull’Empire State Building perché erano entrambi fan del film di Nora Ephron “Insonnia d’amore”, lei accettò anche se sapeva che ci sarebbero stati molti momenti di solitudine, in quel matrimonio: avevano già vissuto a distanza, con lunghe lettere in cui lui cercava di convincerla che ce l’avrebbero fatta a stare insieme e a costruire una famiglia, teniamo duro, l’amore esiste. Ora che ci sono quattro figli e diciassette anni di matrimonio alle spalle, Jeanette sorride della lontananza, dice che la sensazione di essere una ragazza madre non la abbandona mai, neppure ora che ha deciso di dare forma all’immagine del “family man” del candidato repubblicano, perché è sempre lei a occuparsi dei bambini, la scuola, lo sport, gli incubi di notte da far scappare via contando le stelle (Marco si presta soltanto la domenica a fare da allenatore della squadra di football del figlio Antonio, ma tanta generosità non conta nella lista dei compiti da spartirsi nella gestione dei figli). Rubio sa di aver tradito le aspettative di Jeanette, come ha scritto nella sua autobiografia “An American Son”: “La mia carriera politica l’ha privata della vita famigliare abitudinaria e stabile che desiderava”, ma ora che i sacrifici potrebbero essere ripagati, anche la vita da ragazza madre serve a rafforzare Rubio, fargli sentire che può fare quel che vuole, a casa è tutto a posto (se si esclude il fatto che Jeanette guida malissimo, come si scoprì in uno degli scoop più bizzarri del New York Times, quello in cui furono conteggiate le tante – tantissime: Jeanette è una di noi – multe prese dalla coppia Rubio negli ultimi dodici anni).

 

Se davvero gli astri dovessero allinearsi nel verso giusto e concederci quel che pareva impensabile, cioè una corsa presidenziale bellissima, il giovane di origini cubane contro l’unica statista in circolazione, cioè Hillary Clinton, se si può continuare a sognare, aspettando che i contadini dell’Iowa inizino a votare davvero alle primarie, allora la cosa più bella che possa capitarci è un dibattito tra aspiranti first lady: Jeanette che parla adagio e programma la vita dei bambini con l’efficienza di una tata tedesca, e Bill Clinton con la voce sempre più roca che guarda questa donna scesa da Marte, e ride, e chissà cosa dice, chissà cosa pensa.

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