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Guardare John Kerry e capire che se sparecchi una volta di troppo, poi ti toccherà farlo per sempre

7 Aprile 2015 alle 06:18

John Kerry è uno dei politici più conosciuti d’America, un uomo di mondo, un uomo secchione, un uomo tenace. Nel 2004 raccolse tutto il sostegno mondiale degli anti bushiani e pur con quell’atomica a disposizione riuscì a farsi battere da George W. Bush, ma non si perse d’animo, continuò il suo lavoro di esperto dei fatti del mondo, aspettando la sua occasione, arrivata nel 2013 quando è diventato il capo della diplomazia americana, il segretario di stato nel secondo mandato di Barack Obama. E’ in questa posizione, di grande potere e di grande infelicità, soprattutto quando il tuo capo è un signore che decide tutto con i suoi tre collaboratori più fedeli senza consultarsi, che Kerry ha iniziato a ispirare tenerezza. Deve metterci la faccia, anche quando i guai li combinano gli altri, e considerando che di guai ne combina parecchi anche in proprio, c’è poco da stare allegri. Ora, i diplomatici questo fanno: vendono le idee dei governi che li pagano, sono come delle mogli che devono sempre difendere i loro mariti. Però il sistema regge finché anche i mariti dicono bene delle mogli, almeno in pubblico, altrimenti la relazione diventa impari, e tutti lo sanno, e se ne approfittano: con Kerry il sistema non ha retto. Ogni volta che si è speso per qualcosa, assecondando gli slanci di Obama, è rimasto fregato. Quando sembrava che l’America avrebbe colpito il regime di Damasco, che aveva usato le armi chimiche contro il suo popolo – era l’agosto del 2013 – fu Kerry a usare le parole più dure, e memorabili: “Dobbiamo agire, è un’oscenità morale”. Cercava di giustificare le decisioni del marito, costruiva “the case” per lui, nelle interviste, nei discorsi, e poi sul più bello Obama cambiò idea. Niente blitz, niente attacco, niente. Spiazzato, Kerry poi ha fatto una gaffe tutta sua, che è costata un qualche migliaio di morti siriani, mettendo come alternativa alla guerra contro Bashar el Assad la consegna delle armi chimiche da parte del regime di Damasco, con la supervisione dei russi. Un’ingenuità, poi rivenduta come una grande astuzia, che non ha salvato la faccia di nessuno, se non quella di Assad, ma non era questo lo scopo.

 

Una volta stabilito lo standard, è difficile cambiarlo, è per questo che si dice di non abbassare mai la guardia, nei matrimoni. Se inizi a sparecchiare sempre tu, il consorte poi non lo farà più, sarai costretto a chiedere, e quel che prima era una consuetudine diventa un favore. Così Kerry non si è mai più ripreso, e ogni volta che si è verificato un caos, la colpa è stata sua. Siccome la politica estera americana è un caos permanente, la vita del povero segretario di stato è diventata difficile. Doveva fare la pace con i palestinesi, e adesso Washington non parla più con Gerusalemme; doveva fare in modo che Assad se ne andasse, e ora invece gli tocca discuterci “per mantenere la stabilità”. E via così fino alla missione madre di tutte le missioni: il negoziato sul nucleare dell’Iran. C’è chi dice che Kerry si trasferirà in Svizzera prima o poi, ci ha passato talmente tanto tempo che è diventato uno del posto, una ristoratrice di Losanna sostiene addirittura che il segretario di stato è “un sex symbol”: se Kerry ci sapesse fare con gli iraniani come con gli svizzeri, la pace nel mondo sarebbe garantita. Ma il suo rapporto con Obama non diventerebbe comunque paritario: lui ha fatto le notti insonni, si è preso gli sberleffi, i no, i capricci, e il presidente si prende il merito di tutto (che poi merito: parliamone). C’è una piccola pizzeria a Losanna in cui puoi ordinare la pizza Barack Obama: prosciutto, asparagi, tonno, uovo sodo, gamberetti e ananas (un caos di sapori: il pizzaiolo sa). C’è da poco anche la pizza John Kerry: è un minipizza con pollo, cipolle, pancetta e rucola. Costa diciotto dollari, meno di quella del capo: in effetti è più piccola, il pizzaiolo sa.

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