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A lei che deve sempre difendere i pensieri (incomprensibili) degli altri, e non smettere di sorridere

Il nome Jen Psaki a voi non dice niente, ma solo perché non siete russi. Se foste russi, e magari putiniani, sapreste benissimo chi è “quell’americana con i capelli rossi”, e solo a sentirne parlare vi verrebbe da ridere

24 Febbraio 2015 alle 06:27

A lei che deve sempre difendere i pensieri (incomprensibili) degli altri, e non smettere di sorridere

Jen Psaki

Il nome Jen Psaki a voi non dice niente, ma solo perché non siete russi. Se foste russi, e magari putiniani, sapreste benissimo chi è “quell’americana con i capelli rossi”, e solo a sentirne parlare vi verrebbe da ridere. A Mosca Jen Psaki è una star, il suo volto – riconoscibilissimo: ha i capelli rossi e dritti, le lentiggini, l’aria giovanile, una passione per i vestiti di colore acceso – compare sui cartelloni nelle manifestazioni pro regime contro “l’invasione” dell’esercito di Kiev nell’est dell’Ucraina. C’è un programma che porta il suo nome – “Psaki at Night” – che va in onda da gennaio sull’emittente russa Ntv: la sua immagine è dietro alla scrivania del conduttore, Mikhail Gendelev, che spesso si volta verso di lei, come rivolgendosi a un’immagine votiva, mentre dice ogni cattiveria possibile sul suo conto. I russi hanno inventato meme, hashtag, elenchi, presentazioni in cui lei è la protagonista, ogni sua performance è stata tradotta ed elaborata (a volte manipolata) per il divertimento pubblico dei telespettatori. E’ stato anche coniato un verbo, “psaknut”, che si ispira a lei, e che vuol dire più o meno: dire cose sceme con tono intelligente.

 

Jen Psaki è la portavoce del dipartimento di stato americano, cioè è quella che ha dovuto negli ultimi due anni mettere la propria faccia davanti ai giornalisti, giustificando alternativamente le parole del suo capo, John Kerry (che a volte non si capisce nemmeno con se stesso), e del capo del suo capo, Barack Obama. C’è un lavoro più difficile di questo? No. Basta ricordare CJ nella serie tv “The West Wing” o seguire oggi Abby in “Scandal”: nessuno si ricorda il suo nome, il presidente non la chiama mai correttamente, viene soprannominata semplicemente “Red” (è rossa anche lei!), s’aggira elegante per i corridoi su tacchi altissimi con una cartellina in mano, se deve fare le domande importanti viene regolarmente interrotta, quando va “fuori” dai giornalisti viene maltrattata, è tenuta all’oscuro di tutto quel che accade alla Casa Bianca. E prima di fare la portavoce era “un gladiatore”, figurarsi. Chi mette la faccia è un bersaglio. Così Psaki è diventata il simbolo della politica estera americana in Russia, con il suo account Twitter @statdeptspox, i suoi completi che sovente tendono al verde (le piace molto anche il blu elettrico), la voce da ragazzina, l’ironia che spesso non viene compresa e qualche incertezza nell’esposizione di alcuni temi: una volta si è presentata in conferenza stampa con un calzare ortopedico, si era fatta male a un piede, e i media russi sono impazziti, la Psaki ha dovuto avvertire i giornalisti di farci l’abitudine, perché il calzare sarebbe rimasto per un bel po’. L’estate scorsa Kerry è corso in suo soccorso lanciando l’hashtag #attacksareabadgeofhonor, espressione estrema – e inutile – della cosiddetta “Twitter diplomacy”, che in questi anni in America è andata fortissima.

 

Ora Jen Psaki è stata promossa a capo delle comunicazioni della Casa Bianca (l’attuale tenutaria della carica, Jennifer Palmieri, dal primo aprile inizierà a lavorare per Hillary Clinton) e nonostante gli attacchi – che non sono soltanto fatti dai russi, sono anche e soprattutto fatti dai repubblicani, basta vedere il trattamento che le viene riservato ogni volta che viene intervistata dai media di area conservatrice – è molto considerata nell’entourage obamiano. Perché è sua la difesa, in diretta tv, come sempre le accade – non può prepararsi un discorsetto, salutare tutti e andarsene come è concesso ai suoi capi – più umana (e ardita) che mai qualcuno abbia fatto del presidente americano. Obama non si considera abbastanza, sta facendo grandi cose nel mondo, dall’Ucraina al medio oriente, ma non se ne prende i meriti, non se ne vanta, dovrebbe farlo di più. Così ha detto la Psaki, e i giornalisti, sentendo odore di sangue, si sono avventati: di cos’è che non si vanta? quali sono i suoi successi? l’Iran? la Russia? di che cosa stai parlando? E lei che spiegava, che diceva che Obama fa grandi cose ma nessuno se ne accorge, un minuto via l’altro, un’angoscia interminabile – alla fine, stremata, ha chiesto di passare a un’altra domanda.

 

Difendere il pensiero degli altri senza nemmeno poter influenzarlo, questo sì che è un lavoraccio. E la Psaki lo fa con un approccio ingenuo, mite, condendo ogni frase, pur terribile, con un sorriso, immolandosi con dolcezza. Per lei vale la regola obamiana “keeping it in the family”, fare nomine che coinvolgono soltanto persone conosciute, gente della famiglia allargata che si è costituita alla Casa Bianca (non è larghissima, va detto). Così come per molti reduci dell’inner circle del presidente, l’obamismo per Psaki non è soltanto un lavoro. Ci sono la passione, la carriera, l’esperienza, la convinzione di partecipare a un evento storico permanente, c’è che la Psaki lavora con Obama dal 2008, si è sempre occupata di comunicazione, ci mette la faccia da tempo – e anzi ora potrà tornare un po’ dietro le quinte, là dove si soffre senza farsi vedere, dove si può pensare e non per forza dire. Soprattutto c’è che frequentando il mondo obamiano la Psaki ha anche trovato marito, e non c’è nulla di più appagante, in questi anni americani in cui si ascoltano soltanto gli amici, che tornare a casa e riconoscersi, stropicciati dal mondo, avviliti dagli attacchi, torturati dalle incertezze, privi di una visione, ma pur sempre in famiglia.

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