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Cosa resterà della Grecia? Un tuffo dove l’acqua è più blu. Ma occhio agli oracoli, e rileggetevi K. Lorenz

14 Luglio 2015 alle 06:18

Cosa resterà della Grecia? Un tuffo dove l’acqua è più blu. Ma occhio agli oracoli, e rileggetevi K. Lorenz

Che cosa resterà di una Grecia europeizzata alla tedesca? Un tuffo dove l’acqua è più blu, niente di più. Sbaglio, lo so, ad arieggiare il sindaco di Londra Boris Johnson, che ha appena scritto sul Telegraph un appello angosciato agli elleni: riscoprite lo spirito di Maratona, resistete alla tirannia che i barbari eurogermani vogliono infliggervi. Johnson è a sua volta un barbaro britanno, tondo e biondiccio, conservatore e appassionato di cose antiche. Ha anche scritto un libro (modesto) su Roma, e mi è simpatico perché grazie a lui posso dirmi che non soltanto i Galli si mostrano ancora disponibili a lasciarsi permeare dall’eredità dell’Urbe eterna. Sul rapporto sentimentalmente schizofrenico tra tedeschi e greci ho già scritto a suo tempo, e oggi pure Giuliano Ferrara è tornato a scriverne qui con sguardo tutto sommato amorevole. De hoc satis, perciò.

 

Posso ammettere senz’altro che i greci di questa epoca non sono sovrapponibili a Leonida e Pericle, a Platone e Giorgio Gemisto Pletone, e che insomma non ha torto la mia Valeria quando mi fa: ad Atene c’è gente che si fa prestare soldi da noi per andare in pensione alla tua età – che poi tu sei anche un po’ vecchietto ma adesso è un altro discorso – e ti stupisci se la Merkel e Draghi a un certo punto dichiarano “ora basta!?”. Ho sangue longobardo nelle vene, vuoi che non capisca?, è che faccio fatica a considerare i greci come se fossero mori e levantini ma senza un sultano e senza manie di conquista, come fossero turchi riusciti appena meglio. C’è tanta gente, da Berlino in giù, e in Italia perfino, che la pensa così: non potendo abbattere il debito greco preferisce abbattere i debitori, senza discernimento. Ne diffido, tutto qui. Eppure – che sia chiaro – non comprerei mai un debito usato da Tsipras e dalla sua banda anarcoide in dismissione precoce.

 

Stabilito questo, non vedo l’ora di tornare in Grecia per rivedere i miei amici sfaccendati, augurandomi che poco o nulla sia cambiato. A Delfi, per esempio, mèta di pellegrinaggio annuale, voglio tornare a sedermi accanto al bottegaio più simpatico e annoiato del luogo, che chiamo “Porcamiseria” (è l’espressione italiana che conosce meglio e la ripete sempre insieme con “scondo!, scondo!” e “italiano mafioso”), lui che trascorre metà giornata tra sonno e mare (Delfi è una rocca affacciata sul golfo di Itea, dove sbarcò Apollo Delfinio per poi prendere possesso del monte Parnaso) e la seconda metà a contrattare con gli stranieri (si gode di più a contrattare che a concludere la trattativa, quando si è maestri nell’arte). Voglio accomodarmi lì e regalargli come ogni anno una bottiglia di Sambuca in cambio del suo miele e delle sue olive senza etichetta (e senza scontrino, tutto lì è senza scontrino), voglio giocare ancora con i turisti russi mentre Porcamiseria fa la pennichella (minaccio sempre di vendergli tutte le chincaglierie a quattro euro: citiri citiri! Oppure provo a darle via gratis ma soltanto alle fanciulle francesi: c’est un cadeau pour vous, mademoiselle). E ora voglio aggiornare personalmente un passo dell’etologo austriaco Konrad Lorenz, e così ripercorrere le ragioni per cui la Grecia potrà essere addirittura invasa – è già successo, può succedere di nuovo, fosse pure simbolicamente, ma il prezzo da pagare sarà altissimo: al riguardo esiste un oracolo cretese, amico dell’Italia, che fu molto chiaro sulle ragioni della crudele fine mussoliniana, queste ragioni avevano a che fare con “le reni” da spezzare… – ma i greci, che rimangano o no nell’ecosistema europeo, sono destinati a rimanere se stessi.

 

Ecco: “L’aspetto più straordinario di questa attività, che consiste semplicemente nel vivere assieme ai greci e nell’osservarli, è il fatto che i greci stessi sono così meravigliosamente pigri: al greco è assolutamente estranea la folle smania di lavoro dell’uomo moderno, cui manca perfino il tempo per farsi una vera cultura. Anche gli impiegati ateniesi e gli insegnanti di Salonicco, queste personificazioni della solerzia, trascorrono la maggior parte della giornata immerse in un dolce far niente, solo che non si fanno vedere quando se ne stanno tranquillamente a casa, ma solo quando sono al lavoro. E ai greci non si può fare premura: se si vogliono studiare i baby pensionati tebani bisogna vivere con loro, e, se si vuol vivere con loro, bisogna adattarsi al loro ritmo; e se madre natura non vi ha dotato di una benedetta pigrizia, non ci riuscirete assolutamente”. Dove leggete greci, nel brano originale di Lorenz troverete invece gli animali selvatici; gli impiegati ateniesi sono in realtà le api e gli insegnanti di Salonicco sono formiche; i baby pensionati tebani hanno preso il posto delle oche selvatiche. Ecco, la stessa ragione per la quale amiamo le api, le formiche e le oche selvatiche, mi induce ad amare i greci (e viceversa) e tutti coloro che ai greci assomigliano (gli italiani non poco, per lo più nel meridione). E’ una questione di antropologia, prima ancora che di norme comunitarie. Anche per questo non mi piace l’Europa, anzi ripeto appena posso che per me l’Europa non esiste ma è ovvio che se stai al gioco, se fai finta che esista per avvantaggiartene, prima o poi qualcuno cercherà di farti rispettare le regole di questa finzione. E accanto a questo “qualcuno” volteggeranno speculatori e altri malintenzionati che gli esasperati appellano usurai se non peggio. Il problema è che anche la mia Grecia sta forse smettendo di palpitare. Allora mi porto avanti col lavoro e, visto che oggi sono in vena di parafrasi tutte mie, ruberò a Callimaco l’epitaffio per la mia cara Ellade: “Qualcuno mi disse della tua morte, / o Grecia, e piansi. E ricordai allora / le molte volte che parlando insieme / ci raggiunse la sera. / Ora tu / amica, sei da lungo tempo / cenere in qualche luogo. / Ma vivono per sempre i tuoi usignoli: / su di loro Ade che tutto rapina / non metterà le mani”. E lì dove leggete “usignoli”, sono davvero gli usignoli che cantano.

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