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Reminiscenze spartane, fra canti sciamanici, iniziazioni guerriere e nerbate di bue

Dicono che l’Europa non voglia, non sappia più fare la guerra. Ricordo anni fa d’aver letto un libello neodestrista dal titolo “Adesso che Marte non abita più qui”, e ancora erano lontane le tesi dei neoconservatori americani secondo le quali noi discendiamo da Venere

14 Aprile 2015 alle 06:27

Reminiscenze spartane, fra canti sciamanici, iniziazioni guerriere e nerbate di bue

Dicono che l’Europa non voglia, non sappia più fare la guerra. Ricordo anni fa d’aver letto un libello neodestrista dal titolo “Adesso che Marte non abita più qui”, e ancora erano lontane le tesi dei neoconservatori americani secondo le quali noi discendiamo da Venere (è vero, ma si tratta di Venere Vincitrice congiunta con l’italico Marmor, la dea invocata da Giulio Cesare prima di scendere in battaglia) e loro da Marte (è falso, loro sono figli del titanismo, dell’infantilismo e della devozione monoteistica). Sono parecchi anni che ci ripetiamo le stesse cose, mentre i gendarmi globali vecchi e nuovi si concedono le loro sanguinolente scorribande. Mentre vedo in tivù le vetustissime mura mesopotamiche tirate giù a forza di esplosivo dagli scarafaggi dell’Isis, penso che c’è guerra e guerra, ci sono guerrieri e guerrieri. Troppo facile spingere un tasto e provocare l’inferno.

 

E allora mi riscopro laconizzante, penso a Sparta, all’antica città discendente da Ercole pelasgo, eroe dei Lelegi e dei biondissimi Dori. Gli Spartani si vantavano di non avere mura a protezione della loro città, gli bastava il petto dei loro giovani opliti allineati nella falange. Di Sparta mi piace non soltanto lo spirito comunitario prevalente su ogni egoismo famigliare e di bottega – i bambini appartengono alla Polis, all’età di sette anni escono dalle cure materne e vengono iniziati alla fraternità bellica degli Eguali, devono superare riti di passaggio durissimi, compresa la prova del sangue. Di Sparta mi piace il fatto che sia per lo più incompresa dai moderni, i quali l’accostano timorosi, quasi fosse un mondo efferato, crudele, incolto e spaventoso.
C’è invece qualcosa, nei Lacedemoni, qualcosa di profondo e famigliare e lucente che sfugge allo sguardo moderno e che si può cogliere visitando quel che resta del loro passaggio. E’ davvero poco, in apparenza, ma questo poco sa dire tutto. L’Acropoli spartana, oggi, sembra un lacerto anonimo del passato assediato dalle costruzioni di una piccola metropoli fatta di cemento e grigiore. Epperò bisogna osservarla discostandosi dalle rovine, bisogna fare attenzione alla natura del luogo. Si scoprirà per esempio che una falange di Eguali è ancora lì, arroccata sulla sommità del clivo sotto forma di un fitto uliveto. Ulivi secolari ben piantati come nel Frammento 6 del cantore spartano Tirteo (VII secolo prima dell’èra volgare: la poesia di Tirteo è tagliente ed essenziale come una spada corta, ne ha scritto in modo interessante lo storico delle religioni Nuccio D’Anna sull’ultimo numero della rivista di studi tradizionali Arthos, diretta dal mio amico Renato Del Ponte, a proposito delle confraternite dei guerrieri sacri all’alba della civiltà ellenica). Il breve inno suona così:

 

Resista ognuno ben piantato sulle gambe al suolo,
mordendosi le labbra con i denti
nascondendo le cosce, gli stinchi, il petto e gli omeri
entro la pancia d’uno scudo immenso;
l’asta possente stringa nella destra e l’agiti,
muova tremendo sul capo il cimiero.
E l’azione gagliarda gli sia scuola di guerra, né con lo scudo resti fuori tiro.
Entrando nella mischia, con la lancia o con la spada ferisca e faccia del nemico preda.
Appoggi piede contro piede, scudo a scudo il cimiero al cimiero, l’elmo all’elmo,
s’accosti, petto contro petto, e lotti col nemico brandendo l’elsa della spada o l’asta.

(traduzione di F. M. Pontani)

 

Talmente veri e belli, quegli ulivi-opliti, che uno di essi ha sviluppato nel corso degli anni una protuberanza circolare sul proprio tronco nodoso, un disco perfetto che richiama la forma dello “scudo immenso” di cui parla Tirteo e infatti qualcuno (forse pensando al nobile re Leonida) vi ha inciso sopra il famoso Lambda che contrassegna Lacedemone. Sono passati alcuni anni da quella mia visita spartana, ricordo d’aver accompagnato la visione soffiando nel flauto di corno una melodia lenta dei Monti Rodopi. Gli ulivi-opliti avrebbero forse preferito ascoltare il doppio flauto dal quale si fecero entusiasmare (entusiasmare significa ospitare il Nume dentro di sé) in tante battaglie, dopo aver pettinato bene i capelli, oliato i muscoli, sacrificato alle Muse e cantato Peana al Lungisaettante Apollo (altro che incolti scazzottatori, gli Spartani!), però gradirono ugualmente facendo stormire con frenetica dolcezza le loro fronde attraversate dall’ultimo raggio di Sole disceso dalla vetta dell’incombente Taigeto. Fu un bel dialogo, quello, fra i rami popolati di salamandre (era in arrivo un temporale) e fruscianti di note acuminate.

 

Alla periferia della città, nascosto dalle canne alla vista dei palazzoni circostanti, c’è il santuario di Artemide Orthìa, la Diana argentea che vigila sul confine tra la selva e l’abitato, è questo il luogo delle iniziazioni guerriere: qui, il giovane lacedemone vive il transito dalla dimensione selvatica adolescenziale della natura a quella adulta dell’armonia civica. Il rito prevede che ogni ragazzo, nudo e immobile, sopporti senza strepiti né urla una serie di vergate sulla schiena. Il sangue e il dolore saranno il personale promemoria da rievocare in battaglia per vincere paure, delusioni, viltà. Chi abbia oltrepassato la soglia di Artemide Orthìa, chi sia riuscito a interiorizzare l’insegnamento sciamanico di Tirteo, a trionfare sulle proprie bassezze accordando il proprio cuore, l’asta della rettitudine nella mano destra e lo scudo della prudenza nella sinistra, potrà dirsi non inferiore agli Eguali di Sparta. E solo allora avrà per lui un senso perfino la tecnologia delle guerre contemporanee. E’ possibile farlo anche ai giorni nostri, basta avere almeno un fratello accanto, un nerbo di bue (il mio è sardo, bos taurus primigenius) e, all’occorrenza, del buon vino rosso del Peloponneso.

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