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La sacralità dell’acqua profanata, la banalità dell’Onu e la lezione di Leonida da Taranto, poeta

24 Marzo 2015 alle 06:18

Il deserto cresce e voi imbottigliate l’acqua per vendercela a caro prezzo, se siete imprenditori privati, oppure ne raddoppiate il costo, se siete i padroncini indegni dei servizi pubblici locali. Non loderò l’Onu per aver celebrato domenica scorsa la Giornata mondiale dell’acqua, perché di celebrazioni inutili son già ben concimate le necropoli delle buone intenzioni e quelle delle cattive coscienze. Preferisco rileggere alcuni versi di Leonida di Taranto, poeta epigrammatico vissuto nel III secolo avanti l’èra volgare, una specie di Emil Cioran del suo tempo, promeneur sepolcrale non poi così depresso da misconoscere la “sacralità dell’acqua” e, deduco io, il sacrilegio di chi la profana (in queste parole, chi abbia a cuore il tema coglierà arieggiato anche il titolo di un prezioso studio dell’antropologa Anita Seppilli, edito da Sellerio). Così canta il nostro Leonida:

 

Acqua che fresca scorri dalla rupe
spaccata, salve! Salute, statuette
pastorali delle Ninfe, e voi conche
delle fonti! E salve ancora alle vostre
piccole immagini spruzzate d’acqua,
o fanciulle! Anch’io, il viandante Aristocle,
a voi offro questo corno
che ho immerso qui per togliermi la sete.

(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

 

Gioia d’occasione che fluisce nella memoria dell’inattuale, la poesia del tarantino riflette la concezione di una natura posta sotto la tutela d’intelligenze incorporee con le quali è lecito intrattenere rapporti gentili, oppure inquietanti talvolta, ma sempre possibili. Le Ninfe d’acqua dolce – ce ne sono anche nel vasto mare infecondo e se ne aggiungono di terrestri o arboree – sono umbratili presenze che costellano rivoli e torrenti, amoreggiano con i fauni e dissetano i viandanti, di cui a volte s’innamorano e altre volte s’indispettiscono fino ad aggredirli. Quello che i moderni chiamano “sistema linfatico” deriva, per etimologia e non soltanto, dalle Ninfe-Lymphae e in antico aveva a che vedere con la possessione che conduce alla follia: lymphatus in latino era detta la vittima delle Ninfe. Ancora oggi è possibile riconoscere in certe personalità molto permalose e inclini alla tirannia dell’oltraggio improvviso, con occhi che sporgono scorbuticamente insicuri e spenti, i tratti del così detto temperamento linfatico o ninfato.

 

“Nullus enim fons non sacer”, dice il grammatico Servio e ogni fonte, nel mondo romano-greco, era oggetto di rispettosa devozione. Ogni lavoro di manutenzione idraulica, dall’incanalamento delle acque reflue alla costruzione di ponti e acquedotti, veniva preceduto e accompagnato da rituali espiatori paragonabili a quelli cui si ricorreva per i disboscamenti. L’idea di fondo è che non si prende e non si manipola impunemente, bisogna scendere a patti con il tutto-animato in un rapporto di mutua assistenza tra l’umano e il divino ben sintetizzato nella formula del do et das che sottostà a ogni sacrificio: “Uno scambio circolare, reciproco e perenne”, come ha scritto la studiosa Francesca Prescendi nel fresco volume intitolato “Con i romani. Un’antropologia della cultura antica”, a cura di Maurizio Bettini e William M. Short (il Mulino). L’acqua è dunque di tutti? Non ho elogiato l’Onu e le sue sterili celebrazioni, non loderò il moderno equivoco benecomunista che sorregge un’ideologia banalmente totemistica, passiva rispetto alla natura e ciecamente timorosa dell’uomo, che per me è un essere cosmicizzante, nel senso che con il suo amore “move il sole e l’altre stelle”. Ma purtroppo desertifica anche, quando niccianamente porta nel proprio cuore la sabbia della superstizione e della superbia, quando imbottiglia le Ninfe e cerca di guadagnarci quattrini.

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