Come e perché si può essere “paganamente” favorevoli a nozze e sacerdozi omosessuali

Alessandro Giuli
Non so se i matrimoni fra omosessuali siano “un diritto politico e umano”, come ha da poco stabilito l’Europarlamento e come sembra ormai pacifico nel senso comune occidentale.

Non so se i matrimoni fra omosessuali siano “un diritto politico e umano”, come ha da poco stabilito l’Europarlamento e come sembra ormai pacifico nel senso comune occidentale. So che è difficilissimo pronunciarsi sulla questione senza che qualcuno si offenda, etero, omo o non pervenuti. Corro il rischio, vorrei farlo senza dirmi partigiano di un pregiudizio, ma temo sia difficilissimo anche questo. Anni fa mi appellai all’estetica di Alberto Arbasino per interrogarmi sulla possibilità che le nozze gay finiscano per precipitare nell’anti oleografia della famiglia borghese ottocentesca, tutta pantofole e ipocrisia e inconfessabile anelito al divorzio; l’esatto contrario, per dire, del “Vizietto” e di altri meno memorabili momenti cinematografici (chi girerebbe oggi “Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio” o certi altri assurdi filmetti pseudo machisti, dunque pure frocissimi, con Lando Buzzanca o Renzo Montagnani?) nei quali il mondo omosex poteva essere descritto, oggi direste “sdoganato”, con placida ironia. Non molto tempo fa intervistai sul tema un colto militante del libertinismo omosessuale come Tommaso Cerno, oggi direttore del Messaggero Veneto: “Mi chiedo che cosa ci sia di rivoluzionario e giacobino nell’immagine di una coppia gay che passeggia per il prato di una villetta residenziale portando a spasso il cane”, attaccò lui, e io titolai così l’articolo: “Gay after e fiori d’arancio. Così gli omosessuali si snaturano”. La penso come lui, ma non vorrei che la mia opinione fosse vincolante per un legislatore (non c’è pericolo che accada). Detto questo, se matrimonio deve essere, mi piacerebbe che fosse fiorito e vissuto “paganamente”, cioè con una gioia più arcobalenata che rivendicativa, se non religiosa perfino. Ho scritto “religiosa”? Sì. Ma non secondo i canoni dei monoteismi, che pure sono al contempo il bersaglio e il traguardo per alcuni gruppi di pressione omosex: discriminati, emarginati, spesso uccisi ancora in nome della loro diversità programmaticamente inaccettabile dalle religioni rivelate, molti gay rivendicano comunque il diritto a vivere la loro condizione nel perimetro di quelle religioni. Confidano nel protestantesimo e nel papa relativista o in un altro islam possibile. Auguri, anche se io li preferirei più felici. Provo a spiegarmi.

 

Nel mondo occidentale precristiano non esisteva nemmeno una parola precisa per definire l’omosessualità. I Greci praticavano una forma di paideia incline alla pederastia, ma più disincarnata di quanto si pensi oggi. I Romani dileggiavano gli adulti effemminati (i cinedi), un po’ come nei film che ho citato sopra, ma certo non li reprimevano. Non farò qui il lungo inventario dei miti a sfondo omoerotico, anche se i miti non vanno letti solo alla lettera, né farò un censimento delle numerose e straordinarie personalità storiche dedite a una bisessualità a volte più inferita che reale, ma divenuta nel tempo quasi una figura retorica (da Alessandro Magno a Giulio Cesare fino a imperatori luminosi come Traiano e Adriano). Voglio dire che sotto il cielo degli Dei c’è posto per tutti, e ancora rido per la volta in cui un mio conoscente atrabiliare, poco sicuro di sé, mi confidò: “Se non era per il cristianesimo, adesso saremmo tutti froci”.

 

Non nego che la Res Publica si fondasse senza tentennamenti o stravaganze sulla famiglia tradizionale. Non nego e condivido. Aggiungo però che l’antichità ebbe l’accortezza di accogliere e ritualizzare ogni forma di sessualità, al punto da creare sacerdozi di eunuchi intorno a culti di provenienza orientale che venivano tollerati con qualche diffidenza, sì, ma ricompresi nell’armonia di un cosmo che non escludeva nessuno. Posto per nozze gay e adozioni annesse, no, quelle erano impensabili e impensate. Ma oggi, qualcosa di simile, perché no? Noto che una parte consistente, forse maggioritaria, del così detto mondo arcobaleno si autopercepisce suo malgrado come una setta discriminata, con i propri codici, le proprie liturgie, le proprie ricorrenze civili e festive, addirittura i propri martiri da ricordare e indicare come esempi. E siccome ogni manifestazione della vita ha per me qualcosa di sacro, nel suo ambivalente significato di venerando e terribile, avverto l’esigenza di porre sotto una protezione pubblica, oltreché trascendente (che poi le due sfere si sovrappongono fino all’identificazione), la questione omosessuale. E insomma, per fare un esempio forse inattuabile, se fossi sindaco di Roma incoraggerei l’istituzione di un sacerdozio apposito per celebrare le nozze gay, e per porle sotto l’amorevole tutela di una divinità (sceglietevela, ce ne sono così tante). Ecco, l’ho detto. E se qualcuno s’offende gli voglio bene lo stesso.

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