Il bailamme funereo dell’Ernani, un’impresa stellare all’Opera di Roma

Intuire quali e quanti debbano essere gli ingredienti di una perfetta inaugurazione musicale (si intende qui teatrale, operistica) è impresa alquanto difficile, con punte impervie: si veda, se convinti di possederne la chiave magica, la glorificante serata di Sant’Ambrogio a Milano, in cui si rende un omaggio simbolico al patrono della città stupendamente compiaciuta.

4 Febbraio 2014 alle 00:00

Intuire quali e quanti debbano essere gli ingredienti di una perfetta inaugurazione musicale (si intende qui teatrale, operistica) è impresa alquanto difficile, con punte impervie: si veda, se convinti di possederne la chiave magica, la glorificante serata di Sant’Ambrogio a Milano, in cui si rende un omaggio simbolico al patrono della città stupendamente compiaciuta. Tuttavia, tale divinazione si è poi estesa a mezzo mondo, o quasi, sì da proporre visone e brillanti, arrivando ad imporre le pellicce quando queste erano decisamente fuori moda. Eppure, quell’apertura, come un trionfale “così è e così sia”, non ha perduto una goccia del suo fascino, ormai plurisecolare. Tale doveva essere la gran prova ai tempi dei suoi inventori che, musicisti di vaglia o anche no, erano ben consapevoli dello straordinario compito e dell’impegno necessario ad attuarlo.

Il cartellone, ancor oggi, resta il punto saliente, o piuttosto critico: escludendo autori e testi, imponendo fasti nostrani o, magari, esotici. Vi sono, infatti, compositori gradevoli, entusiasmanti, noiosi, noiosi ma ineliminabili. Che cosa si vorrebbe per un tale esordio? Esempio negativo: il “Lohengrin” scaligero dell’anno scorso: cantanti da brivido, un direttore senza confronti, o quasi, e un pasticciaccio brutto, che nessuno, o quasi, avrebbe animo di vituperare, come facevano i protestatori plebei gli anni passati, con vari ingredienti, uova marce non escluse.

Del resto, si sa come a Parigi, piazza notoriamente arcigna, alla prima di un dramma di Victor Hugo, “Marion Delorme”, un torso di cavolo finisse su una guancia rubizza di Honoré de Balzac, senza proteste. Il celebre dramma ebbe poi tutto il tempo per riprendersi: e così il capolavoro wagneriano, un Wort-Ton-Drama in piena regola, composto come ognun sa in una lingua morta – per qualche verso almeno –, il sontuoso tedesco dell’esigentissimo autore.

Come procedere allora nella scelta del titolo inaugurale? Diremmo: senza badarci granché, confidando nella Fortuna virilis, se è davvero lei, o qualche più benigna, più disponibile collega. Il Drama rimane, naturalmente, quello che è, e l’ascoltatore elegante del 7 dicembre invia un pensiero d’affettuosa riconoscenza a Mimì, Violetta, Tosca, e a tutta l’allegra compagnia. Vi sono, del resto, partiture che sembrano fatte apposta per reggere a quella carica, o urto che sia: la incontenibile esigenza del consueto, dell’ovvio, persino dello stantio. L’opera goer le conosce a memoria da quando era piccino, e le apprezza debitamente. La differenza è sbalorditiva: abbiamo visto un signore sbadigliare a bocca chiusa, e viceversa onesti conoscitori proporre uno di quegli ammirabili “necessari”, e, fra essi, quanti hanno non poco del risorgimentale o barricadero, ma senza rullo di estremista, secondo c’insegna il sicuro Devoto-Oli; ed ecco, invece un giovanottone che si bea e che finisce con l’assomigliare al piccolo Gavroche o ad altro diavoletto democratico.

Credevamo, finora, che di tale potenza fosse in ispecie il “Nabucco”, tornato recentemente alla lezione primitiva, “Nabucodonosor”: che, effettivamente, è tutto una vispa barricata, in cui ognuno può ritrovare qualunque cosa, anche se stesso, com’è accaduto recentemente al maestro Muti quale saggista, riconoscendo noi subito il fuoco senza cenere che è sicurissimo segno verdiano: quello che sconvolse i meneghini in rivolta, acquisendone il compositore il sigillo di V.E.R.D.I., e magari, da un dissenziente assai maligno del circolo di Carlo Dossi, quello di “vanga”. (Del resto, era la stessa sovrana di Parma, Maria Luigia, ad avanzare fieri dubbi sull’educazione del giovane bussetano).
Ma lo splendore inarrestabile di quelle fiamme continuava ad agitare teste e zucche, e ad infischiarsi del resto. Punta massima l’“Ernani”, opera di rottura ed agitazione come pochissime altre: Victor Hugo, ancora lui, aveva prediletto il suo eroe cangiandolo in un bandito, e con lui Grandi di Spagna in una fremente aura di beffa, omaggio, satira, e naturalmente amore e morte, senza calcolare le poderose bevute, celebrate da Verdi in un coro di rara veemenza, e arrivando così, passo passo, alla cima della sua coralità: l’inno alla Castiglia in attesa di rivolta: ma davanti a un Carlo V che proprio ora diviene imperatore. Dinanzi a questo evento, brillante come una facciata plateresca, si accoglie anche, come s’è detto, la leggenda di amore e morte, immancabile in un furioso romantico alla prova del suo violento cromatismo e dei suoi gesti infallibili. Tale è la virulenza di questa ridda ferale che alla fine non ci si crede più. Doña Sol, divenuta Elvira in Verdi, sale – forse – al Cielo degli amanti, libera finalmente dalle grinfie del suo fidanzato sposo e zio, Silva, e ben decisa – a qualsiasi prezzo – a inserirsi in quel paesaggio spagnolo, mezzo Sierra, mezzo giardino fatato, ma in ogni senso lontano dal castello moresco della sua maledizione, l’“aborrito amplesso”.

In questo giovane quasi esordiente c’era (e c’è) davvero di tutto: il suo librettista, l’altrettanto giovane Piave, può perfino arrivare a rubacchiare un verso all’“Adelchi” (“Come rugiada al cespite”), e viceversa, se si è davvero un figlio dell’eroico generale Hugo, ci si può appropriare il nome di un villaggio castigliano notato durante un viaggio da quelle parti. Metter mano a questo funereo bailamme è impresa da star: riesce a meraviglia quando, com’è accaduto all’Opera di Roma, le grandi voci siano quelle di Francesco Meli (Ernani), Ildar Abdrazakov (Silva), Luca Salsi (Don Carlo), Tat’jana Serjan (Elvira). Fra tanti, come scegliere? Al pubblico l’ardua proposta. Direzione inarrivabile di Muti, coro guidato egregiamente da Roberto Gabbiani. Scene ricchissime e regìa sapiente di Hugo De Ana.

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