Messinis e la musica senza virgole spiegata da un gran critico militante

Una manifestazione musicale (ma si dovrebbe dire evento, non fosse l’abuso del nome che lo rende sospetto) si svolge in Bologna, a giorni ben distanziati fra loro.

5 Aprile 2012 alle 09:58

Una manifestazione musicale (ma si dovrebbe dire evento, non fosse l’abuso del nome che lo rende sospetto) si svolge in Bologna, a giorni ben distanziati fra loro: i non Bolognesi dovranno rassegnarsi all’assenza, o salire in treno: il titolo è Il nuovo l’antico (si noti l’assenza di virgola, suprema eleganza): il tutto dovendosi a Mario Messinis, che è oggi noto anche alle pietre musicali come il critico per eccellenza, o almeno la voce della sua generazione. Intendiamo critico militante, nonostante il termine militare, ma tant’è: non troviamo di meglio, e confidiamo nei lettori del suo giornale, che gli offre ben poco spazio. In realtà, ci troviamo difronte a una “cosa rara”, per rifarci ad un testo che egli stesso fece eseguire, se ricordiamo bene. Ma tant’è: il Nostro eccelle anche quale organizzatore, e mezza Italia (e anche più) ne ha osservato la qualità: si trattasse poi di un fiammingo, o d’un veneziano del gran secolo non fa differenza: il risultato, stante la grande competenza, sarà lo stesso, vale a dire eccellente, come già fu inteso.

Gli eccelsi che di volta in volta vengono adunati per ripeterci qual è la grande musica stabiliscono con colleghi d’altra età significativi rapporti di amicizia: giacché ascoltare Chopin dopo Debussy, ovvero Stockhausen dopo Bach o Varèse non è più la solita solfa, ma una rilettura innovativa al massimo: i testi possono essere quelli arcigni della attuale filologia o quelli su cui abbiamo tutti studiato: risultano favolosamente, intrepidamente nuovi, ove l’antico appunto può consentire un ascolto del nuovo senza pedanterie di sorta. Il direttore della vicenda esecutiva ha già pensato a tutto: possiamo ascoltare tranquilli e felici. Se poi qualche numero non ci fosse particolarmente simpatico, pazienza: avremmo intanto imparato qualcosa di nuovo, e il conto tornerebbe perfettamente. Avere gusto: ecco la regola che fa impazzire di bile gli austeri studiosi tedeschi: i quali sembrano ignorare la voce “Diderot”, e tanto peggio per loro. Conoscessero almeno Messinis, che gusto ne ha da vendere, e da saperne parlare, la volta prossima o la prossima esecuzione. Quanto a noi, ci siamo già rassegnati ai treni. E, questa volta, con somma gioia: essendo in programma un capolavoro supremo ma cui la durata di due ore e passa sottrae molte occasioni di farsi riascoltare con l’entusiasmo che merita: Hohe Messe di J. S. Bach: opera che sì appartiene agli anni della piena maturità, ma composta in due epoche, fra 1733 e ’49: chiaramente in due imprese assai distinte (e diversamente ammirabili, stante le notevoli differenze, specie nel trattamento delle voci).

L’opera è immane, con coro a quattro che poi diviene a cinque per l’entrata di un’altra voce contrantile. Testimonianza di un sapere contrappuntistico semplicemente sbalorditivo, con solisti, coro e orchestra (due flauti, due oboi d’amore, due fagotti, tre trombe, corno, timpani, archi) la composizione si svolge, con l’evidenza di una forma biologica sfoggiando una maestria senza pari: solo che a meraviglie formali quali l’Arte della fuga e l’Offerta musicale, aggiunge una carica che la rende inebriante: di tale essenza sono emblema i trilli, segnatamente delle trombe, uniche nello stabilire valenze di ineffabile gaudio.

Ahimè, sono proprio i trilli incorsi nella furia devastante del direttore d’orchestra, Helmut Rilling, che, da bravo specialista, deve aver diretto la Messa decine e decine di occasioni: anche troppe. Meraviglioso invece il calore del corno, così decisamente boschivo, il magnifico coro, le trombe irresistibili alla loro entrata. Ogni commento alla partitura sarebbe superfluo, o presuntuoso: “non nominare il nome di Dio invano – ci consigliò una sera un critico illustre. Citiamo solamente un antico biografo: “questo è il vertice supremo della perfezione artistica che, nella più intima unione di melodia e armonia, nessuno, a parte Johann Sebastian Bach, ha finora raggiunto”. Finora significa qui Berlino, 1802.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi