Roma si tinge del colore segreto della malinconia nel Serraglio di Mozart

E’ noto che Carl Maria von Weber, richiesto dell’opera mozartiana che prediligeva, disse senz’altro: Die Entführung aus dem Serail.

30 Aprile 2011 alle 16:18

E’ noto che Carl Maria von Weber, richiesto dell’opera mozartiana che prediligeva, disse senz’altro: Die Entführung aus dem Serail. E, alla meraviglia dell’interrogante, spiegò che più tardi il musicista avrebbe dimostrato anche maggiore sapienza, non però la freschezza né la facilità (absit iniuria) dei meravigliosi giovani anni. I doni dei Celesti non si ripetono.

Vorremmo aggiungere, senza proprio accettare l’opinione del grande compositore e (quasi) cugino di Wolfgang e Konstanze, che l’opera prescelta presenta, con indicibile fascino, il momento, realmente celestiale, in cui attraverso le trame della fluidità narrativa emerge, si spande in irresistibili impulsi, il colore segreto della malinconia: l’indefinibile passaggio all’“elogio delle lacrime” che tentarono di ripetere i suoi discendenti, Schubert, Brahms e Wolf su tutti.

E’ quello un tono di difficilissima attuazione: sì che le rappresentazioni lasciano sempre – escludendosene quella inscenata da Giorgio Strehler – una lieve sensazione di impaccio, quale d’un moto che potrebbe anche arrestarsi, già greve all’attacco. Naturalmente, non ci aspettavamo un miracolo nell’edizione dell’Opera romana, diretta con convinzione e perizia da Gabriele Ferro, con la regia, prevedibilmente elegantissima, di Graham Vick. Il famoso regista ha accennato alla limitazione nei mezzi dei teatri odierni, incluso il suo di Birmingham: gentile metter le mani avanti, che peraltro i fatti dovevano senz’altro confermare.

Una sorta di scatolone gigante, che una signora non memore di geometria scolastica definì cubo (ed era un parallelepipedo), un poco allogeno nella favola mozartiana, ad un tratto si mise a spostarsi, fino a scomparire alla fine, e ormai accolto fra quegli adorabili personaggi, geometrici non meno, e per di più con nuances cui il balocco non poteva aspirare: serviva da porte per le mille stanze dello harem, quali ci immaginavamo. E, in quello straordinario spazio, splendevano i costumi: questi sì del più incantato tardo Settecento. Fu certo una sfida con le possibilità del Burgtheater di Vienna scrivere un Singspiel con due soprani di coloratura (ora ripetuta con successo tramite le virtuosissime Maria Grazia Schiavo e Beate Richter); un gradino sotto i due tenori, Charles Castronovo e Cosmin Ifrim; un’intera rampa per il basso (?) Jaco Huiipen, che avrebbe dovuto cantare Osmin: ma il fantastico personaggio esige voce tonitruante, e una misura di ferocia, invidia e furore da spaventare chiunque.

Parte essenziale nella visione magica di Vick, le scene, le luci inventate da Richard Hudson e Di Jorio: una serie, si vede, di nomi esotici, quali dovettero essere alla memorabile prima viennese appunto: grafie che spaziano per tutto l’Impero, e magari oltre!

Infine, un’aura indicabile, come nel titolo, con il prefisso ent-, che pare destinato da sempre, nella lingua tedesca, per indicare separazione, distacco, distanza: la lingua di Mozart, appunto.

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