Un superbo connaisseur ci fa felici con la sua Guida al teatro d’opera

Sarà occorso a tutti, almeno agli appassionati del teatro musicale: rabbrividire davanti alla miseria dei cartelloni: ridotti allo stremo, poi, per quanto riguarda l’attuazione scenica. Ed ecco un felice gesto apotropaico: fosse ascoltato!

9 Aprile 2011 alle 00:00

Sarà occorso a tutti, almeno agli appassionati del teatro musicale: rabbrividire davanti alla miseria dei cartelloni: ridotti allo stremo, poi, per quanto riguarda l’attuazione scenica.
Ed ecco un felice gesto apotropaico: fosse ascoltato!

E’ un volume di 624 pagine, s’intitola modestamente Guida al teatro d’opera, e fin dalla copertina accenna alla sua succosa essenza: 850 compositori, 400 anni di musica, 160 opere e più, e persino 400 consigli discografici, che saranno utili, si direbbe, specie per gli abitanti della luna, ossia lunatici ignari di Karajan e Schwarzkopf. Vi è poi una squisita introduzione di Gianni Gori, e una puntigliosa avvertenza di Aldo Nicastro, che è di fatto l’autore del libro. Vi si aggiungono quattro collaboratori, Luigi Bellingardi, Nicola Cattò, Carlo Marinelli Roscioni, Cesare Orselli, dei quali non è ben chiara la presenza: forse l’ardimento critico aveva quasi compiuto l’opera, e intanto si sentiva stremato: intervenendo così anche gli “altri”, procedimento tipico di certe incompiute. Ma con carattere, o tono, assai più consono: qualcosa di diverso, si fa per dire, dal finale di Lulu; e anche più di Turandot. Sì che le collaborazioni, gli “altri” come si diceva, fanno, accanto al collega, la loro brava figura, e garantiscono un’ulteriore colorazione, una lettura “altra” ancora.
Quanto stiamo dicendo già introduce la figura decisiva: ben noto per precedenti prove (anche la prima, che è impregnata di un violento sociologismo), ma qui certamente giunto ad una meditata unità: un pensiero critico tagliente, che trova la sua perfetta espressione nella limpidezza e coerenza formale: in una parola, nel dettato.

Il libro ha ovvii precedenti, oltre il suddetto piano della discografia: ma non ci si lasci ingannare, e ci si appresti a leggere con la massima attenzione. Leggere e sfogliare sono operazioni mentali diverse, come l’opera stessa insegna. Ma si potrebbe procedere oltre: e, ad esempio, consentire ad una lettura casuale, capricciosa: seguendo curiosità dopo curiosità, preferenza da preferenza.

E’ chiaro che, davanti al territorio dell’opera, per sconfinato che sia, possano darsi tentazioni diverse, e accogliere così scelte che non avremmo accettato neppure per ischerzo: ma questo appunto è quello che la Guida offre: se poi esistano realmente lettori, e ascoltatori, capaci di trangugiare il capolavoro di Berg assieme alla Francesca da Rimini, non potremmo, almeno qui, sostenere con buone ragioni.

Va da sé che esclusioni vi sono, e non sempre giustificabili al cento per cento: ma, quando la mole da considerare sia rudis indigestaque dobbiamo rassegnarci: così si doveva operare. L’esclusione non è affatto polemica: è una scelta di assoluta esattezza. Così, delle settantaquattro opere di Donizetti se ne propongono cinque: ultima essendo il Dom Sébastien, roi du Portugal, e l’inclusione assolve al più giusto merito d’una scheda: invogliare all’ascolto, se almeno si riesce a trovarne il mezzo.
In questa tattica, Nicastro, procede con imperterrita sicurezza, sapendo benissimo anche quanto noi sappiamo: la virtù principe di un critico (non parliamo di “studioso”) essendo il decisionismo: “Così ho detto, così è”.

Trattandosi, oltre tutto, di un temperamento assai franco, il lettore dovrà stare in guardia: ma come ne valeva la pena! Non conosciamo chi da (quasi) solo abbia affrontato un disegno di tale ampiezza, né di tante difficoltà. E siccome in genere l’attenzione spazia dai soliti italiani, più Wagner, Samson, Carmen e Boris, qui si avrà da armarsi di modestia, e accettare un superbo connaisseur che non si potrebbe altrimenti sostituire. L’attento, paziente lettore capirà che, salva l’apparenza, non si tratta affatto di un compendio, né l’autore può essere paragonato, come Gori propone, al tipico companion anglosassone: qui si affronta Henze quanto Rossini, Offenbach come Cardillac, Debussy accanto a Dallapiccola, e via procedendo: alla fine, e ci vogliono parecchi giorni, si ha un piano generale, o piuttosto, su quel piano, un affresco: la mappa dell’Europa musicale teatrante: sulla quale si potrà certamente proseguire, ben tenendo presenti talune tesi, e financo bizze. Ad ogni pagina, ciò che si ammira su tutto è la continuità delle premesse, la sbalorditiva costanza: se le annotazioni storiche (con garbo condotte fino all’aneddoto) sono preziose, gli interventi sui testi risultano essenziali. Non vogliamo certo impaurire nessuno, ma onestamente avvisare il lettore accanito a non perdersi d’animo e a procedere di buon passo certo, ma senza correre. Vi sono anche passaggi brevi, che contengono l’essenziale: da non sorvolare!

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