contro mastro ciliegia

Serpico a Rogoredo. La (pur sottile) linea rossa tra polizia e crimine che deve rimanere

Maurizio Crippa

L'arresto di Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di stato del commissariato Mecenate, per l'omicidio del pusher Abderrahim Mansouri, attiva due populismi opposti ma egualmente pericolosi. I poliziotti cattivi esistono e vanno puniti. Ma i bei film non difendono di certo i criminali

Alla vicenda del poliziotto newyorchese Frank Serpico è ispirato il bel film di Sidney Lumet del 1973. La sua lotta personale contro la corruzione nel dipartimento di polizia, il proiettile che lo colpì durante un’operazione antidroga (furono sospettati i colleghi). Il repulisti del Nypd da parte della commissione Knapp (commissione per l’indagine sulla presunta corruzione nella polizia) non fu il primo né l’ultimo. Affari sporchi è un  film duro degli anni 90, storia di poliziotti della narcotici corrotti, ispirato a vicende vere della polizia di Los Angeles, genere rinnovato più volte, come in Training day con un cattivissimo Denzel Washington. L’archetipo del mettere il muso nel mestiere borderline brutto e cattivo della polizia americana è Il braccio violento della legge, “Popeye” Gene Hackman non è un corrotto, ma i suoi metodi vanno molto al di là del bene e del male. Per il cinema, la narrativa e la tv americani il racconto e anche la denuncia sociale dei casi di corruzione criminale della polizia non sono un tabù e non sono quasi mai edulcorati. Ma nemmeno stravolti da moralismi da cui il cinema americano è ormai molto più affrancato di tante nostre serie tv poliziottesche. Bisognerebbe riguardarsi quei film, ora che a qualcuno è venuto in mente di ribattezzare “Serpico di Rogoredo”, l’agente della polizia milanese Carmelo Cinturrino.

    
Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di stato del commissariato Mecenate, periferia sud di Milano, è stato arrestato e accusato di aver ucciso (forse un regolamento di affari sporchi) il pusher di Rogoredo Abderrahim Mansouri e di avere poi provato a depistare le indagini. Forse aiutato da alcuni colleghi. Si dovrebbero rivedere quei vecchi o recenti film americani (o le tante serie tv, quella di Hbo We Own This City - Potere e corruzione su una vicenda vera della polizia di Baltimora, se cercate una città messa molto peggio di Milano) per un po’ di buoni motivi.

Il primo è che la corruzione o il crimine, soprattutto per gli agenti che hanno a che fare col narcotraffico, nelle polizie di ogni paese esiste o è quantomeno un rischio: però i controlli e le bonifiche vengono fatte. Periodicamente, si toglie “il marcio” e si riparte. La polizia deve essere al di sopra di ogni sospetto. In Italia sappiamo che spesso queste bonifiche vanno più a rilento, purtroppo, anche in casi certamente non paragonabili come il caso Cucchi. Però lo sviluppo del caso di Rogoredo non è un cattivo segnale: partito come un caso di legittima difesa (al massimo eccesso) da parte della polizia, in pochi giorni gli inquirenti hanno svolto indagini, trovato prove convincenti per un altro scenario, senza spettacolarizzare. Significa che si può fare. Altro aspetto che i film ci ricordano è che la corruzione si riforma: i “casi Serpico” in cinquant’anni sono stati parecchi.

Terzo, e forse è la cosa più istruttiva per le nostre latitudini, Rogoredo o  Scampia fa poca differenza, è che la scoperta di elementi corrotti o criminali nelle forze dell’ordine non intacca di per sé né la percezione del valore della polizia, né cancella la (pur sottile) linea rossa che separa la legalità dalla illegalità, la società civile dal mondo del crimine. In nessun film americano lo smascheramento dei cop cattivi o persino killer corrisponde a un’attenuante per i criminali e i narcotrafficanti. “L’incolumità degli stessi pusher” (copyright Rep.) non è contemplata. E non sono contemplati commenti che la buttano in politica. Che siano quelli della destra schierati con la polizia “senza se e senza ma” prima di conoscere i fatti (ennesimo capitombolo securitario), ma anche quelli letti da parte persino di addetti ai lavori dell’informazione. Secondo cui il caso di Rogoredo “dovrebbe insegnare che sarebbe meglio evitare con decreti scritti inseguendo la cronaca”. Peccato che “questa storia boomerang” non c’entri nulla con i decreti Sicurezza. O chi dice “nessuno deve essere al di sopra della legge, a maggior ragione se ha una pistola in mano”. No, i poliziotti hanno la pistola in mano non perché sono al di sopra della legge, ma perché sono dalla parte della legge. Casomai vengono condannati se la usano male. Esiste un pericoloso populismo che si pretende garantista ma solo con le forze dell’ordine, e un populismo distorto nell’altro senso, che per comodità cancella la linea rossa. Ma la separazione, non delle carriere, ma tra il luogo dove c’è la legge e quello dove c’è il crimine esiste. Beato il paese che non ha bisogno dei Serpico; ma beato anche il paese che non ha bisogno di vittimizzare i criminali.
 

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"