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Quel dissidente di Vladimir Bukovskij

Svelò i manicomi in cui finivano gli oppositori in Urss. Ma diffidava dell'Europa troppo "corretta"

28 Ottobre 2019 alle 20:27

Quel dissidente di Vladimir Bukovskij

Vladimir Bukovskij in uno scatto del 1991 (foto LaPresse)

Vladimir Konstantinovic Bukovskij, dissidente, attivista dei diritti umani, esperto (giocoforza) in neuropsicologia, non era un personaggio facile. In nessuno dei tratti che hanno forgiato la sua vita. Ieri, alla notizia della sua morte a 76 anni, a Cambridge – viveva in Gran Bretagna dopo l’espulsione dall’Unione sovietica nel 1976 – tutto l’occidente lo ha salutato come “un eroe di grandezza quasi leggendaria” (New York Times). C’è di che essere grati e rendere onore a un uomo coraggioso e spigoloso, allo stesso tempo affabile e ovviamente colto, che per primo fece conoscere un aspetto particolare, e particolarmente odioso, dei sistemi repressivi e coercitivi dell’Unione sovietica: l’internamento negli ospedali psichiatrici degli oppositori politici, trasformati senza necessità di processo in individui psichicamente pericolosi (non sapevano riconoscere il paradiso socialista in terra). Nel 1971 riuscì a far pervenire oltrecortina una lettera indirizzata agli psichiatri d’occidente, fu ripresa dai maggiori giornali internazionali e divenne un caso di coscienza anche per le coscienze assopite sotto la coperta delle libertà liberali. Di questo modello di internamento, inframmezzato col carcere, era stato vittima fin dal 1963, dopo il suo primo arresto nel 1961. Anche il Disgelo di Kruscev volgeva al declino, ma del resto l’idea che opporsi al socialismo fosse da considerare come una malattia mentale era del leader riformatore, poi perfezionata da Yuri Andropov, futuro capo del Kgb.

 

Per tutta la sua vita successiva, da uomo libero – la libertà fu frutto di uno scambio con il leader del Partito comunista cileno Luis Corvalán, arrestato da Pinochet dopo il golpe – non cessò di denunciare l’uso repressivo della psichiatria e, più in generale, della costrizione che il sistema totalitario esercita sul pensiero. E’ attraverso questa visione e questa esperienza che si può comprendere perché, nel corso dei decenni vissuti nel “mondo libero”, Bukowskij sia diventato un severissimo critico degli eccessi del politicamente corretto e della pulizia-polizia del pensiero, fino a paragonarne le forme sempre più invadenti nei paesi occidentali a quanto avveniva nei regimi comunisti. Paragone tecnicamente forzato, ma anche per il suo allarme sulla libertà intellettuale c’è da essere grati al vecchio dissidente. La carriera di pazzo da internare di Bukowskij è del resto lunga. Aveva quattordici anni nel 1956, quando il XX Congresso denunciò i crimini di Stalin, un trauma per un adolescente brillante cresciuto in una famiglia di ortodossia sovietica. Il disvelamento dell’essenza menzoniera del potere. Quattro anni dopo, a diciotto anni, con due amici era davanti al monumento di Majakovskij a Mosca a tenere reading di poesie proibite: abbiamo contretto il Kgb a leggere Pasternak e Osip Mandelstam, dirà sarcastico. Fu cacciato dall’Università di Mosca, e il 1963 sarà l’anno della prima condanna, per possesso di libri proibiti e dichiarato insano di mente. La prima di varie detenzioni. La sua battaglia, quasi più contro il Kgb che contro l’Urss, o meglio contro il Kgb come essenza e struttura di pensiero dell’Urss, andrà avanti per tutti gli anni Ottanta, Thatcher e Reagan lo ringrazieranno per aver svelato la debolezza intrinseca dell’Impero del Male. Ma proseguirà anche dopo. Ed è forse l’aspetto più interessante su cui riflettere oggi. La sua opposizione a Vladimir Putin (“credo che sia il male”) è completa: con lui era tornato al potere il Kgb, l’esoscheletro repressivo. Da lì veniva anche la forte contestazione – per qualche verso simile al pensiero conservatore britannico – contro l’Unione europea, accusata di essere anch’essa un sovrastato in cui governa una ristretta oligarchia di “non eletti”. Era nato a Belebej, Russia orientale, nel 1942.

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