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Quaranta patè

Guido Quaranta è morto all'età di 91 anni. Adorato, temuto e odiato, è stato tra i primi, e i più bravi, a capire l’essenza della politica italiana

10 Gennaio 2019 alle 20:54

Quaranta patè

Ci mancava già da molto tempo, Guido Quaranta, anche se fino all’ultimo aveva continuato a scrivere sull’Espresso. Ma non poteva più dedicarsi ai travestimenti, agli appostamenti, ai pedinamenti e a tutto l’armamentario del grande cronista con cui aveva inventato il retroscenismo parlamentare e l’arte del ritratto fulminante, con la penna intinta nel veleno. Perché aveva 91 anni, e è morto all’ospedale Gemelli. Adorato, temuto e odiato, dipende da che parte si stava, è stato maestro di molti, nemico di tanti, ma soprattutto è stato tra i primi, e i più bravi, a capire l’essenza della politica italiana: il teatrino permanente, inscenato con un linguaggio troppo spesso incivile, vernacolare. Guido Quaranta era uno di quelli di cui si può dire che ci manca, perché si sarebbe divertito molto nel decrittare e mettere in berlina il linguaggio assurdo e becero di questa Terza Repubblica. Lui che lo aveva fatto con gran divertimento amaro per la Prima, e la Seconda. Ha scritto anche tanti libri, ma quello sintetizza un’epoca di storia politica è ovviamente, fin dal titolo, Scusatemi ho il patè d’animo. Il fior da fiore delle imbecillità dei politici, uscito nel 1992. Un campionario di ignoranza volontaria e umorismo involontario, da “respingo le accuse all’emittente” a “come dirò poc’anzi”. Fino a due che potrebbero essere dette oggi: “Il bilancio è abbondantemente in pareggio” e il salviniano ante litteram “arriva gente a flotte”. Si sarebbe divertito, sì, col Parlamento del cambiamento. O forse no: si sarebbe arreso, sopravanzato dai questi patè di anime truci che non è più possibile arginare. Un saluto.

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