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Perché il protezionismo fa comodo a pochi ma convince tanti. Lezioni di G. Ferrero

"Nessuna politica è, nella sua essenza, più democratica e più popolare che quella del libero scambio". Lezioni dal primo Novecentro dell'intellettuale e storico italiano Guglielmo Ferrero, utili in tempo di dibattito (pazzo) sull'accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Ue, e più in generale di mercati globali integrati

30 Marzo 2015 alle 13:02

Perché il protezionismo fa comodo a pochi ma convince tanti. Lezioni di G. Ferrero

Il protezionismo in una vignetta degli anni '30

Oggi, come ogni lunedì, su Radio Radicale è andata in onda la mia rubrica intitolata "Oikonomia". Qui di seguito ne potete leggere il testo, invece cliccando qui potete ascoltare l'audio (dura solo 5 minuti).

 

"Nessuna politica è, nella sua essenza, più democratica e più popolare che quella del libero scambio, perché assicura la maggior produzione e la maggior ripartizione della ricchezza che sia possibile nel presente ordine economico; perché fa nel tempo stesso ribassare i prezzi di tutte le cose e rialzare il valore del lavoro, affrettando quel miglioramento materiale e morale delle masse, che tutti i partiti dicono di volere, mentre parecchi lavorano a impedirlo; perché, togliendo allo Stato il potere di far prosperare o decadere le industrie, indebolisce le corrotte e mediocri oligarchie politiche, che in quasi tutto il mondo civile sono diventate così prepotenti e insopportabili negli ultimi anni", scriveva nel 1904 Guglielmo Ferrero.

 

Quelle dello storico e pensatore italiano, nato a Portici nel 1871 e morto in Svizzera nel 1942, sono considerazioni ancora attuali, come dimostra il dibattito in corso sul TTIP, o Transatlantic trade and investment partnership, cioè il Trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti. Negli scambi tra gli 800 milioni di cittadini americani ed europei, i dazi non sono né l'unico né il maggiore dei problemi; perciò tale accordo, oltre a includere il settore dei servizi, punta più in generale a ridurre pure la burocrazia regolatoria e le restrizioni sugli investimenti. Sarebbe dunque un'intesa più profonda di un classico accordo commerciale. E' stato detto che questo Trattato, in corso di negoziato tra la Commissione europea e Washington ormai dal 2013, potrà dare una spinta al pil del nostro continente pari allo 0,5 per cento ogni anno, non appena l'area di libero scambio sarà completamente operativa, cioè tra dodici anni circa ammesso che le trattative si chiudano nel 2015. Qualche decimale non è poco, considerato che quest'anno l'Eurozona crescerà dell'1,3%. Senza contare che una maggiore integrazione tra le due sponde dell'Atlantico avrebbe un'enorme portata geopolitica, in un momento di turbolenze non da poco ai confini del continente europeo. Non a caso alcuni europei hanno lanciato un allarme secondo cui gli Stati Uniti a questo punto starebbero dando priorità al Tpp invece che al Ttip, cioè a una grande area di cooperazione commerciale ed economica con 12 paesi dell'Asia-Pacifico, esclusa la Cina, che costituiscono il 40 per cento del pil globale.

 

Ciò nonostante, in Italia di Ttip si parla ancora troppo poco. Quando se ne parla, come è accaduto d'altronde su più larga scala in Germania, è soprattutto per sottolinearne gli aspetti critici o, addirittura, per gettare a priori un'ombra negativa su questo possibile accordo. Da qui il link compiuto spesso con gli episodi venuti alla luce di di spionaggio americano ai danni di Berlino, la presunta invasione di Organismi geneticamente modificati che sarebbe dietro l'angolo, il temuto contagio della flessibilità americana nel lavoro, o la pericolosa novità - che a dire il vero tanto novità non è - di affidare a un arbitrato internazionale le dispute future tra governi e imprese (la cosiddetta clausola Isds), o infine la scarsa trasparenza dei negoziati tra Bruxelles e Washington. Molti di questi temi rientrano esclusivamente alla voce "pregiudizi infondati", altri necessiterebbero di un approfondimento equilibrato.

 

Ciò non toglie che il virus protezionista, come metteva in guardia Ferrero alla fine dell'800 e all'inizio del 900 è sempre potentissimo. Il pensatore italiano lo vedeva all'opera sia nel settore industriale che in quello agricolo. Ferrero parlava infatti degli industriali esportatori inglesi e tedeschi come di forze titaniche che organizzano "spedizioni alla conquista del vello d'oro". In Italia, invece, la classe imprenditoriale non era all'altezza, quindi "non resta quindi che preparare spedizioni più piccole, più vicine e più facili; non rischiarsi a spogliar popoli lontani, ma lo stesso popolo proprio, per mezzo di industrie protette e sovvenzionate dallo Stato. Al prosperare delle poderosissime industrie mondiali dei paesi esportatori e vincitori, corrisponde, quasi per ripercussione, nei paesi vinti il formarsi di numerose industriette paesane, protette e aiutate in tutti i modi dal governo, sulle quali vive e prospera una minoranza". Sulla necessità che l'agricoltura italiana si modernizzasse, poi, aggiungeva: "E' inutile sperar di sottrarsi facendo predicare ai contadini l'astinenza dal parroco, o spaventandoli con i carabinieri o con le prigioni; più inutile ancora tentare di accrescere la potenza produttiva della agricoltura con artifici legislativi, come il dazio sul grano. Si tenta ora metter in giro una strana teoria: secondo la quale il dazio sul grano dovrebbe essere imposto, mantenuto per sviscerato amore del popolo, della plebe rustica, degli umili a cui soprattutto gioverebbe. Che cosa valga questa teoria, ve lo dimostrerà il fatto che a mano a mano che si è innalzato il dazio sui cereali, le inquietudini delle campagne sono cresciute, che i tumulti e le sommosse sono maggiori nelle regioni appunto dove si coltiva principalmente il grano e dove i poveri dovrebbero aver avuto maggior beneficio da questo balzello provvidenziale. La legge non può convertire la sterilità in fecondità, un deficit in un avanzo".

 

Per Ferrero, la missione del partito radicale di allora era quella di assecondare l'avanzamento comune dii "libertà politica ed economica" procedevano a braccetto, la prima a dispetto di "ogni funzionario" che "maneggia a piacere, contro i cittadini, l'arma pericolosa della ragion di stato". Quanto alla seconda, "per accrescere la sua ricchezza, una nazione a civiltà antica e a popolazione fitta, che non possiede terre vuote e poche ricchezze naturali non tocche, non ha altro modo che fare il suo sistema di produzione più potente, togliendo via o mutando a poco a poco l'antico e più imperfetto. Disgraziatamente, da noi, questo sistema antico e più imperfetto rappresenta interessi già costituiti, di classi, di gruppi sociali, di famiglie potenti che sinora son troppo riuscite, con una farraginosa legislazione di protezione, a impedire o a rendere difficile il rinnovamento del sistema di produzione che, arricchendo il paese, nuocerebbe per il momento a loro".

 

p.s. Per leggere di più su Guglielmo Ferrero, potete partire da qui (per gli amanti degli ebook), "Guglielmo Ferrero antiprotezionista" (Ibl Libri), e poi anche "Potere. I geni invisibili della città" (Marco Editore)

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