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Fondi sovrani all'assalto, non solo in Italia. La questione trasparenza

Lo shopping del Fondo sovrano del Qatar tra Italia e Regno Unito. Nelle trattative fra Fondi sovrani e società private occidentali, non è detto che sia necessario un mediatore pubblico come lo Stato italiano o europeo di turno. Ciò che non si può negare è la valenza geopolitica, oltre che economica, delle mosse dei fondi sovrani, spesso affiliati a paesi dal dubbio pedigree democratico.

2 Marzo 2015 alle 13:40

Fondi sovrani all'assalto, non solo in Italia. La questione trasparenza

Oggi, come ogni lunedì, è andata in onda "Oikonomia", la mia rubrica su Radio Radicale (qui l'audio, dura soltanto 5 minuti). Di seguito, ecco il testo della rubrica.

 

La scorsa settimana, in Italia e nel Regno Unito, sono avvenuti due episodi da cui potrebbe scaturire un’utile riflessione sul nesso tra sviluppo economico da una parte e trasparenza e “diritto alla verità” dall’altra, come i Radicali e non solo loro chiamano la possibilità che va garantita al cittadino di conoscere la ratio delle decisioni dei governi democratici.

 

In Italia, venerdì scorso, il fondo sovrano Qatar Investment Authority (Qia) è diventato proprietario unico di Porta Nuova, un complesso di 25 edifici e grattacieli milanesi, dal valore di oltre i due miliardi di euro. Il controvalore dell’operazione non è stato reso noto, ma Manfredi Catella, amministratore delegato di Hines Italia Sgr, la società che aveva sviluppato il progetto, ha detto: “Con questo investimento l’Italia diventa il secondo Paese europeo dopo l'Inghilterra in cui il fondo sovrano del Qatar è maggiormente presente”.

 

A proposito d’Inghilterra, sempre la scorsa settimana Boris Johnson, sindaco di Londra, si è detto fiero che la sua capitale sia diventata “l’ottavo emirato del pianeta”. Gli altri sette emirati sono quelli riuniti nello stato federale degli Emirati Arabi Uniti (tra loro anche Abu Dhabi e Dubai). Più in generale Johnson si riferivi al nuovo flusso di capitali provenienti dai Paesi del Golfo. Incluso il Qatar che, anche lì, solo per restare agli ultimissimi mesi e anni ha acquistato, attraverso il suo Fondo sovrano, il distretto finanziario di Canary Wharf, il parco olimpico, il grande magazzino Harrods.

 

Cos’è un fondo sovrano? Si tratta di un fondo d’investimento di proprietà statale che detengono e amministrano ricchezze generate o dalla vendita del petrolio e di altre materie prime, oppure da altri surplus valutari della bilancia dei pagamenti. Rainer Masera, oggi Senior advisor di Kpmg e una carriera in Banca d’Italia, nel libro di prossima uscita intitolato “Gulf & Med”, pubblicato da Mondadori e curato da Maurizio Guandalini e Victor Uckmar, sostiene addirittura che “i fondi sovrani costituiscono uno dei fenomeni più rilevanti della finanza globale degli ultimi dieci anni. Erano solo 22 a fine anni Novanta, mente oggi sono circa 60 e hanno aumentato considerevolmente il patrimonio gestito: 500 miliardi di dollari nel 1995 contro 4,7 trilioni di dollari stimati per il 2011, vale a dire il 7 per cento del pil mondiale e il 3 per cento dello stock complessivo delle attività finanziarie globali. Si prevede che le masse gestite possono raggiungere i 10 trilioni tra il 2015 e il 2016”.

 

Uno dei fondi sovrani più antichi è la Kuwait Investment Authority (Kia), fondata nel 1953 per gestire in maniera quanto più oculata i proventi della vendita del petrolio. Nel 1990, scoprendosi ricca di oro nero, anche la Norvegia istituì il proprio fondo sovrano, oggi uno dei maggiori del pianeta con oltre 550 miliardi di dollari gestiti e con l’obiettivo primario di assicurare un futuro al generoso sistema pensionistico del paese scandinavo. La Qatar Investment Authority, protagonista delle operazioni in Italia e nel Regno Unito di cui parlavo prima, è stato fondato nel 2005 e gestisce oltre 100 miliardi di dollari.

 

Masera cita anche uno studio della Banca d’Italia sull’operatività di questi fondi sovrani: “Negli ultimi 20 anni, dal 1990 al 2010, i Fondi sovrani hanno realizzato circa 2.740 operazioni per un controvalore di circa 565 miliardi di dollari, che si sono indirizzate prevalentemente verso il Regno Unito (78 miliardi), gli Stati Uniti (76) e la Cina (70). (…) Nonostante le eccellenze italiane rappresentino ormai da tempo per i Fondi sovrani, in particolare per quelli dell’area mediorientale, reali interessi strategici, l’Italia è solo al 20° posto nella graduatoria delle economie che rientrano nel radar degli investimenti di questi particolari operatori finanziari, con solo 28 operazioni di investimento tra il 1990 e il 2010, per un controvalore pari a 5,1 miliardi di dollari”. Evidentemente qualcosa sta cambiando, complici pure le difficoltà di sviluppo che registriamo ormai da tutti gli anni 2000 e pure la stretta creditizia degli ultimi anni. A fianco degli storici Fondo sovrano libico (con i suoi chip che furono perfino in Fiat) e il Gic di Singapore (con partecipazioni in Snai e Tod’s), negli ultimi anni ci sono stati appunto il rafforzamento del fondo Aabar di Abu Dhabi in Unicredit e lo shopping del Qatar Investment Authority (da Valentino a Porta Nuova questa settimana).

 

Nelle trattative fra Fondi sovrani e società private occidentali, non è detto che sia necessario un mediatore pubblico come lo Stato italiano o europeo di turno. Ciò che non si può negare è la valenza geopolitica, oltre che economica, delle mosse dei fondi sovrani, spesso affiliati a paesi dal dubbio pedigree democratico. Vantarsi di essere diventati l’ottavo emirato, come fa il sindaco di Londra, è possibile: ma in cambio, ai cittadini dei propri paesi, occorrerebbe garantire la massima trasparenza su possibili conflitti d’interesse ed eventuali conseguenze per la politica interna ed estera delle nostre democrazie.  

 

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