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Siamo tutti statali a nostra insaputa. Reagan e il Jobs Act

L'ex presidente americano Ronald Reagan avrebbe detto una volta che “il contribuente è una persona che lavora per lo Stato senza nemmeno aver avuto bisogno di superare un concorso pubblico”. Allusione ironica al contributo che a tutti noi cittadini viene chiesto dallo Stato sotto forma di tasse, spesso con possibilità minime di incidere sulla gestione delle risorse pubbliche. Considerazioni utili quando si parla di estendere o meno il Jobs Act ai dipendenti pubblici

29 Dicembre 2014 alle 12:30

Siamo tutti statali a nostra insaputa. Reagan e il Jobs Act

Oggi è andata in onda su Radio Radicale "Oikonomìa, alle radici del dibattito economico contemporaneo", mini rubrica in pillole. Di seguito il testo della puntata, qui invece l'audio (dura soltanto 5 minuti!). Sono ben accetti idee, consigli e critiche (scrivere a loprete@ilfoglio.it)

 

Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti dal 1981 al 1989, avrebbe detto una volta che “il contribuente è una persona che lavora per lo Stato senza nemmeno aver avuto bisogno di superare un concorso pubblico”. Si trattava di un’allusione ironica, ovviamente da una prospettiva liberale, al contributo che a tutti noi cittadini viene chiesto dallo Stato sotto forma di tasse, spesso con possibilità minime di incidere sulla gestione delle risorse pubbliche. L’aforisma ritorna in mente in queste ore a proposito di alcune misure, a volte mancate misure, dell’attuale Governo Renzi.

 

Della bontà di una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro italiano, e della necessità di superare una concezione “proprietaria” del posto di lavoro, abbiamo già parlato in questa rubrica citando gli scritti di Ernesto Rossi. In queste ore, dalla lettura del primo decreto attuativo del cosiddetto Jobs Act, emergono due capisaldi della riforma del Governo: la tutela del lavoratore licenziato con un indennizzo monetario invece che con la reintegrazione sul posto del lavoro, e poi il tentativo di limitare la discrezionalità giudiziaria in tutti quei licenziamenti che non siano discriminatori. Tra le varie polemiche in atto, però, una delle più vibranti è quella sull’applicabilità di questa riforma ai nuovi assunti nel settore pubblico. Autorevoli giuslavoristi, come Giampiero Falasca o Pietro Ichino (che tra l’altro appoggia in Parlamento questo Governo), sostengono che il fatto di non aver escluso esplicitamente l’impiego pubblico dall’applicazione del nuovo regime è sufficiente a vederlo applicato erga omnes. D’altronde il testo unico sui contratti di lavoro nella Pa, il d.lgs 165/2001, è già chiaro in proposito, come ha segnalato sul suo blog Luigi Oliveri. All’articolo 2 si legge che “i rapporti di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono disciplinati dalle disposizioni del capo I, titolo II, del libro V del codice civile e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell’impresa, fatte salve le diverse disposizioni contenute nel presente decreto”, poi all’articolo 51 si specifica che “la legge 20 maggio 1970, n.300, e successive modificazioni ed integrazioni – cioè lo Statuto dei lavoratori – si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti”. Tuttavia vari esponenti di Governo, a partire dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, e dalla ministra per la Pubblica amministrazione Marianna Madia, sono intervenuti nelle ultime ore per rassicurare: il Jobs Act si applicherà soltanto ai lavoratori privati. Il presidente del Consiglio Renzi si è limitato a dire che sui dipendenti della PA sarà il Parlamento a decidere, ma più in là nel tempo; probabilmente alludeva alla delega per la riforma della PA stessa.

 

Su questo episodio è possibile svolgere almeno tre considerazioni, tutte e tre rivelatorie di un atteggiamento del legislatore ancora oggi discriminatorio nei confronti di chi lavora nel settore privato rispetto invece a chi lavora nelle amministrazioni pubbliche. Innanzitutto è singolare come i politici che si sono affrettati a fornire pubblicamente “rassicurazioni” sull’intoccabilità del regime giuridico dei dipendenti della PA non siano nemmeno stati sfiorati dal dubbio che tali rassicurazioni potessero essere vissute come aperte “discriminazioni” da chi invece dovrà adattarsi al nuovo regime del Jobs Act. Cioè una riforma che gli stessi esponenti del Governo, tra l’altro, descrivono come fondamentale per il rilancio dell’economia del Paese.

 

Tuttavia si potrebbe replicare sostenendo che in materia una dose aggiuntiva di sano realismo sia consigliabile. In questo senso, per esempio, andrebbero per esempio alcuni pronunciamenti giurisdizionali che parlano di “connotazione peculiare” del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche. Questa comunque non sarebbe una buona ragione per incorrere in errori formali da parte del legislatore, visto che in passato clausole di esclusione per i dipendenti della PA furono esplicitamente previste. C’è ancora qualche margine per correggere il tiro, dopo che sul decreto sarà stato espresso il parere non vincolante delle Commissioni parlamentari. A patto che non si voglia lasciare intatto, in nome di un presunto pragmatismo, un sistema totalmente deresponsabilizzato in cui, effettivamente, il contribuente paga lo stipendio del dipendente pubblico, ma poi gli stessi dirigenti della PA non hanno né l’incentivo né la possibilità concreta di valutare, premiare e potenzialmente perfino licenziare lo stesso dipendente pubblico per ragioni economiche o disciplinari.

 

Tale inamovibilità di fatto, generata dal combinato disposto di articolo 18 vecchia maniera e timori vari su responsabilità amministrative e danni erariali, marcia contro gli stessi interessi dei lavoratori del settore pubblico. Un moloch pubblico di fatto impermeabile a ogni sembianza di valutazione indipendente, così come a ogni possibile gratificazione o sanzione che ne potrebbe conseguire, lascia infatti soltanto una possibilità al legislatore che si confronta sempre più con vincoli stringenti di finanza pubblica: la decimazione dei dipendenti della PA. Non una decimazione quantitativa, si intenda: negli ultimi cinque anni infatti il pubblico impiego ha perso 260 mila dipendenti, passando dai 3,58 milioni lavoratori del 2008 ai 3,33 del 2013; un calo del 7% in 5 anni, tutt’altro che drammatico, visto pure che la spesa per le retribuzioni della PA negli stessi 5 anni è scesa soltanto del 3,2%, rimanendo a 164 miliardi di euro l’anno. Si può parlare di “decimazione”, piuttosto, per definire quasi totale casualità con cui questi tagli sono avvenuti, essenzialmente attraverso sistemi ben poco meritocratici di simil-prepensionamento e di blocco dei turnover, col risultato di una PA mediamente più anziana, costosa e meno efficiente. Ancora una volta a danno dei cosiddetti “outsider” e di quei meritevoli che potrebbero voler lavorare in pianta stabile alle dipendenze dello Stato, oltre che a danno di tutte quelle persone che lavorano per lo Stato senza nemmeno aver avuto bisogno di superare un concorso pubblico, cioè a danno dei contribuenti.

 

Qui le puntate precedenti di "Oikonomia":
 

Le mosse anti deflazione di Draghi nelle intuizioni di Irving Fisher

 

Ernesto Rossi, la governante di Calamandrei e l'Articolo 18

 

Joseph Stiglitz, il sovraffollamento delle carceri e il profitto "costituzionale"

 

L'Europa, l'economia sociale di mercato che piace a Merkel e qualche aporìa

 

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Henry Ford, la contrattazione aziendale e il modello tedesco di "produttività"

 

La Legge di Wagner e l'idea pazza che le Regioni non possano ridurre la spesa

 

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