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L'euro in preda a una nuova crisi di fiducia. Memento Karl Otto Pöhl

La scorsa settimana è stata dominata dal ritorno di forti turbolenze sui mercati europei, originate in buona parte – così vuole la vulgata – dal rischio d’instabilità politica in Grecia. Più realisticamente, l’unione monetaria torna a essere investita da una “crisi di fiducia”, “fiducia” che secondo gli osservatori economici ha almeno due significati. C’entra Atene, dunque, ma anche Berlino e Bruxelles. Una vecchia dichiarazione dello scomparso n.1 della Bundesbank Karl Otto Pöhl spiega perché.

15 Dicembre 2014 alle 12:19

L'euro in preda a una nuova crisi di fiducia. Memento Karl Otto Pöhl

Oggi è andata in onda su Radio Radicale "Oikonomìa, alle radici del dibattito economico contemporaneo", mini rubrica in pillole. Di seguito il testo della puntata, qui invece l'audio (dura soltanto 5 minuti!). Sono ben accetti idee, consigli e critiche (scrivere a loprete@ilfoglio.it)

 

La scorsa settimana è stata dominata dal ritorno di forti turbolenze sui mercati europei, originate in buona parte – così vuole la vulgata – dal rischio d’instabilità politica in Grecia. Più realisticamente, l’unione monetaria torna a essere investita da una “crisi di fiducia”, “fiducia” che secondo gli osservatori economici ha almeno due significati. C’entra Atene, dunque, ma anche Berlino e Bruxelles. Tentiamo di vedere perché.

 

La Grecia quattro anni fa ha accettato un prestito della comunità internazionale, la cosiddetta Troika composta da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. Un prestito elargito ad alcune condizioni, considerata la situazione disastrosa della competitività e dei conti pubblici greci. Oggi il paese, se non riuscirà a eleggere il suo Presidente della Repubblica entro il prossimo 29 dicembre, dovrà andare a elezioni anticipate; e tutti i sondaggi prevedono la vittoria di Syriza, partito di estrema sinistra che intende ripudiare gli accordi con la Troika, dismettere le misure di riordino dei conti pubblici e imporre ulteriori perdite ai creditori internazionali del Paese. Gli investitori internazionali hanno paura: il rendimento di un bond decennale greco, che oggi comunque il Paese non ha bisogno di emettere in quanto riceve fondi internazionali, è schizzato oltre il 9%, dal 5,5% di questa estate. Il rendimento sul Btp decennale italiano, per offrire un termine di paragone, è oggi poco sopra i 2 punti. I mercati perdono fiducia, quella che in inglese viene chiamata “confidence”, cioè uno stato mentale caratterizzato da aspettative positive, favorevoli alla ricerca del successo negli affari e nelle altre attività economiche.

 

Tuttavia la crisi di un Paese piccolo come la Grecia può diventare dirompente per tutta l’area euro se riesce a incrinare anche quel tipo di fiducia che gli inglesi chiamano “trust”, cioè la disponibilità a fidarsi degli altri e a ricompensare la fiducia ricevuta. Nel 2009-2010, andò esattamente così; il rischio di una frantumazione dell’euro fu allontanato soltanto da un impegno forte degli Stati membri e delle istituzioni comuni a salvaguardare la moneta unica. E’ quanto si realizzò nell’estate 2012 con il combinato disposto dell’accordo sull’Unione bancaria da parte dei capi di Governo e dell’annuncio di Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, che si disse pronto a fare “qualsiasi cosa sarà necessaria” per salvare l’euro. Oggi però il livello di fiducia reciproca, o “trust”, sta ritornando ai minimi: abbiamo una moneta unica, ma sembra rarefarsi il sottostante politico e ideale. Lo dimostrano dichiarazioni e prese di posizioni pubbliche contrastanti di questi giorni: il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, in maniera improvvida, suggerisce ai greci di “votare bene” e di premiare “i volti conosciuti”; lo stesso Juncker, dopo aver insistito sulla necessità che gli Stati procedano con le riforme, ammette di non poter trovare “soldi freschi” per investimenti comuni; un capo di governo come Matteo Renzi – dicendo al New York Times che l’Ue è stretta “in una dittatura di burocrati e tecnocrati” che “non intende accettare che la politica è il regno della flessibilità” – non mostra certo di tenere in alta considerazione l’operato di Bruxelles; né lo fanno gli esponenti di governo tedeschi che pubblicamente bacchettano la Commissione Ue per il fatto di essersi presa più tempo del previsto per valutare le Leggi finanziarie di Roma e Parigi. Il nuovo impegno di Draghi a varare il Quantitative easing, o allentamento monetario, cioè l’acquisto massiccio di asset pubblici e privati da parte della Bce, è riuscito finora a sovrastare questo chiacchiericcio. Tuttavia anche nella Banca centrale europea si rafforzano le voci degli scettici.

 

Il banchiere centrale tedesco, Jens Weidmann, nel fine settimana ha esplicitato le ragioni profonde, e non solo congiunturali, della sua opposizione al Quantitative easing della Bce: “Io mi batto perché l'euro sia e resti una valuta stabile – ha detto in un'intervista a Repubblica e ad altri quotidiani europei – Ci sono due vie: la prima è andare verso un'unione fiscale, con gli Stati dell'eurozona che delegano parte dei loro diritti sovrani di bilancio a livello europeo, ma alla nascita dell'euro una tale rinuncia alla sovranità non era maggioritaria. E temo che anche oggi l'idea non sia più popolare di allora. Se la via di un'unione fiscale è negata, dobbiamo lavorare nel contesto attuale in cui gli Stati dell'eurozona sono responsabili delle loro politiche fiscali”. Al di là del fatto che un’unione fiscale non esclude politiche fiscali responsabili, Weidmann e un settore importante dell’establishment tedesco ribadiscono così il loro “no” a un’unione di bilancio più stretta e coesa, che preveda la calcolata condivisione di rischi non sempre calcolabili. Eppure secondo molti analisti, soltanto un’unione europea simil-federale potrebbe rispondere efficacemente agli choc esterni, soprattutto di tipo asimmetrico. Il rifiuto di Weidmann ricorda quello di un altro banchiere centrale tedesco, Karl Otto Pöhl, guida della Bundesbank dal 1980 al 1991, scomparso proprio la settimana scorsa all’età di 85 anni. In una famosa intervista a David Marsh, nel 1989, Karl Otto Pöhl disse: “Sorgerà una significativa resistenza, tra i tedeschi, una volta che avranno capito che l’Unione monetaria ruota attorno ai loro soldi”. Questa resistenza, così come quella dei greci, riaccende oggi la sfiducia in chiunque osservi l’Eurozona dall’esterno. E non solo.

 

Qui le puntate precedenti:
 

Le mosse anti deflazione di Draghi nelle intuizioni di Irving Fisher

 

Ernesto Rossi, la governante di Calamandrei e l'Articolo 18

 

Joseph Stiglitz, il sovraffollamento delle carceri e il profitto "costituzionale"

 

L'Europa, l'economia sociale di mercato che piace a Merkel e qualche aporìa

 

La concertazione, questione di (scarsa) competitività e democrazia, dice il Nobel Phelps

 

Henry Ford, la contrattazione aziendale e il modello tedesco di "produttività"

 

La Legge di Wagner e l'idea pazza che le Regioni non possano ridurre la spesa

 

Non è questione di decimali. Tocqueville e la crisi dell'euro vista dall'America

 

La premonizione "giapponese" di Bernanke e l'arma del Quantitative easing

 

Tutti quei balzelli sui risparmi nella Legge di stabilità e la "repressione finanziaria"

 

Renzi, quel problemino chiamato "recessione" e il pressing del G20

 

Ecco come Renzi ha convinto l'Europa (c'entra "l'illusione finanziaria")

 

Le liberalizzazioni convengono. Parola di Cesare Beccaria

 

La Terra di Mezzo e la Public choice all'amatriciana

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